Io e lui appoggiati al bancone del bar, occhi incatenati, mani che si sfiorano, labbra che mormorano e accennano sorrisi, ogni intromissione è una sofferenza.
Io, e lui che mi guarda da lontano e capisce, vorrebbe odiarmi ma non può, il suo sguardo è una carezza disperata.
Io, lui e la nostra complicità, lui sa tutto e non sa niente, il suo sorriso mi chiede che cosa succede, i miei occhi rispondono che ci sarà tempo per parlare e forse ne servirà molto per capire.
Lei mi dice che stamattina ho uno sguardo più umano.
E’ la consapevolezza della rinuncia imminente, amica mia, la sofferenza di una resa già dichiarata.
Parole sconnesse, l’alcol aiuta a guardare in faccia le cose, ma forse bisogna essere ubriachi in due per non soffrire.
Cerco un modo per farmi capire senza lasciare dubbi, provo a rispondere senza ferire.
Forse non esiste un modo giusto, forse siamo troppo abituati a sapere perfettamente come gli altri si dovrebbero comportare con noi da dimenticare cosa può fare male.
Continuo a pensare che la parte del carnefice non mi si addice, e anche stavolta mi chiedo in cosa ho sbagliato
Le cene a casa di mio fratello hanno sempre un nonsochè di istruttivo.
Dopo la serata svoltata in psicoterapia di gruppo di qualche mese fa, oggi è toccato ai segreti del pane fatto in casa e all’ideazione di un business plan per l’apertura di un punto ristorazione simile allo Zozzone (che non è più quello di una volta, un po’ come le mezze stagioni).
Io continuo a rimuginare e ad ideare piani di vendetta contro i tiratori scelti del secondo piano, mentre rifletto sui perché del mio costante buonumore.
Non che non apprezzi la capacità del mio cervello di annebbiare totalmente le mie facoltà critiche, impedendomi di vedere chiaramente i fattori che potrebbero ingenerare in me sensazioni di pessimismo e fastidio. Però.
Riflessioni conclusive:
-Tra due mesi mi scade il contratto, quindi ho sessanta giorni utili per trovare un nuovo lavoro.
Vorrei dire di più, ma per oggi forse basta così.
Domenica mattina che in realtà è primo pomeriggio, ma per me la domenica ha il fusorario già di suo figuriamoci oggi che c’è l’ora legale.
Sveglia da poco, colazione sotto il sole in giardino (che voglio fare la figa, ma a dire il vero fa pure un po’ freddino), la prima sigaretta della giornata è già un ricordo, sguardo che vaga sconsolato nel regno della sporcizia che è diventata questa casa in una settimana.
Quello che farei: indossare la tuta sopra i pantaloni del pigiama, inforcare gli occhiali da sole, andare in edicola, fare scorta di giornali, piazzarmi in giardino a leggere e fumare e sonnecchiare e giocare col cane.
Quello che dovrei fare: diventare immediatamente sveglia e pimpante, mettermi a pulire forsennatamente e senza indugi, doccia veloce, chiamare R. e andare a vedere la mostra di Paul Klee al Vittoriano, tornare a casa, mettermi d’accordo per uscire a cena, cambiarmi, uscire a cena.
Quello che farò: girovagare per casa svogliata, pulire ad intervalli irregolari con soste prolungate in giardino, chiedermi come passare la serata dando inevitabilmente bidone a qualcuno.
In autobus chiacchieravo con Iliar (penso si chiami così, in realtà non ho mai capito bene il suo nome), il bambino che fa il lavavetri dalle parti di via Cola di Rienzo.
Si parlava della partita della Roma e della sua passione per il calcio, e lui si lamentava un po’ delle nuove merendine che gli avevo regalato l’altro giorno. Gli piacevano di più le altre. Peccato, perché io invece preferisco queste.
Quando siamo passati da piazza del Popolo abbiamo visto la gente riunita con le bandiere, i cartelli e gli striscioni, e lui mi ha chiesto cosa stessero facendo.
“oggi c’è lo sciopero, tra poco partirà la manifestazione”, gli ho spiegato.
“ma tu non sei d’accordo con loro?”
“certo che si”
“e allora perché stai andando a lavorare?”
“……”
Gli ho risposto che gliel’ avrei spiegato un’altra volta.
Il problema sarà spiegarlo prima a me stessa.
Stamattina mi sento una sottospecie di rifiuto umano.
Sarà perché ho dormito meno di sei ore in due notti (non che sia pentita, anzi).
Sarà perché qui stamattina un sole cocente si alternava a piogge brevi ma torrenziali (naturalmente mentre io ero al parco senza ombrello si è verificata la seconda condizione, proprio oggi che c’era la possibilità di fare la passeggiata con il figo col pastore tedesco).
Sarà perché, nonostante il sonno, ero entusiasta all’idea di ascoltare la compilation senza senso durante il tragitto casa-lavoro, e le pile del lettore cd mi hanno abbandonata a metà della prima canzone.
(però ho sognato di sedermi su una poltrona d’oro proprio nel bel mezzo dell’Olimpo. Ci tengo a dire che ero in ottima compagnia)
AHAHUAHAHUAHUA
(risata diabolicamente soddisfatta)
Lo sapevo che quest’attesa non sarebbe stata vana.
La battaglia è stata vinta:
dopo cinque mesi di liti feroci
mi hanno attaccato il telefono a casa.
Non sarò più un office blogger,
e soprattutto non dovrò ricaricare il cellulare due volte a settimana.
Sono commossa
Aspetto qualcosa.
Mi aspetto qualcosa
Oggi avrei voluto parlare della manifestazione di sabato.
Poi, come al solito, qualcosa è andato storto e ho pensato che il titolo giusto di questo post sarebbe stato “camon baby, light my fire”.
Avrei raccontato di come un incendio casalingo, seppure di modeste dimensioni, possa impedire a tre persone seriamente motivate di partecipare ad un corteo.
Avrei descritto la figura dell’elettricista arruffone e provolone, e riportato dettagliatamente le emozioni di una cena a lume di candela.
Avrei ricordato i miei sogni di un buon sabato ubriaco.
Avrei gioito del tanto desiderato attacco del telefono (fastweb, ti voglio di nuovo bene) e bestemmiato per i problemi tecnici che mi perseguitano sempre (ritiro tutto, fastweb continuo ad odiarti).
Dopo quello che è successo ieri a Roma, però, non mi va di fare un bel niente.
Domani a Roma ci sarà la manifestazione nazionale per chiedere il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq.
Per quanto mi riguarda, andarci mi sembra il minimo
(h.14:00, partenza da Piazza Barberini - qui tutte le informazioni)
Cielo grigio, gonfio di nuvole che promettono pioggia.
Però la giornata è cominciata benissimo, anche perché per una volta non ti sei presentata all’appuntamento col destino senza trucco e spettinata
(si ringrazia sentitamente il brufolo del ventottesimo giorno per essersi presentato puntualissimo all’appuntamento mensile con la mia faccia)
Il mio cervello stanotte ha fatto suonare la sveglia alle 4:29,
e non c’è stato verso di riprendere sonno.
Inutile dire che adesso mi sento una schifezza,
e come se non bastasse inizia pure a farmi male il dente del giudizio.
Pensieri della giornata: non sopporto le suonerie dei cellulari,
e neanche le persone che fingono di reagire ai problemi
mente invece si crogiolano in un vittimismo disgustoso.
Tra l’altro, oggi sono intollerante
anche nei confronti dei miei pensieri
Sabato scorso mi sono lasciata prendere dall’istinto e sono andata da lui.
Non lo vedevo da quasi un anno, ma è stato gentilissimo come sempre.
Dovevo sospettare che, dietro il suo fare rassicurante, stesse celando il desiderio di farmi pagare i lunghi mesi di assenza e la mia convinzione di poter fare a meno di lui.
Mi ha fatto promesse che sapevo non sarebbero state mantenute, ha alimentato le mie speranze convincendomi che stavolta sarebbe stato diverso.
Per qualche ora gli ho creduto, e ora so di aver sbagliato.
Non mi fiderò mai più di un parrucchiere, giuro
(tra l’altro adesso, quando passo davanti allo specchio, stento a riconoscermi: devo ancora capire se assomiglio di più a: la cugina capellona dei fratelli Gallagher, un levriero afgano capace di camminare in posizione eretta, Ringo Starr senza baffi)
Venerdì
“vada come vada: chi non ha avuto paura, ha vinto”
(instabilità e attesa)
Sabato
Dopo ore passate col dottore mi chiedo perchè non mi sono mai innamorata di lui
(complicità e pacatezza)
Domenica
Mi sento sempre più snob
(noia e fastidio)
La descrizione di una roccia silenziosa ed eterna mi ha fatto ricordare una cosa che mi è successa.
L’ho raccontata alla persona che mi ha fornito l’ispirazione (grazie! :) ), e adesso mi va di postarla.
Tutte le estati passo almeno una settimana al mare, sempre al solito posto.
Lì si trova la mia roccia preferita, solitaria e un pò appuntita (notevoli le pose plastiche che sono costretta ad assumere quando mi ci siedo sopra).
Ogni tanto intiusco che sta arrivando il mio momento lirico, e che è assolutamente necessario che io mi ritiri a riflettere in solitudine con lo sguardo rivolto all'orizzonte, tipo Sirenetta di Copenaghen.
In quei momenti accarezzo e coccolo il mio (a tratti) smisurato ego, e mi dedico al narcisismo e alla contemplazione di me stessa.
Un giorno decido, stoltamente, di compiere questa operazione mentre mi trovo sulla spiaggia col mio (adorato) cane: siamo completamente sole, stanche e soddisfatte dopo una lunga nuotata.
Ancora gocciolante, mi siedo e decido di non metterle il guinzaglio (tanto non c’è nessuno in giro, a chi può dare fastidio?), certa che lei avrebbe capito il mio stato d’animo e lo avrebbe assecondato (cazzo, è distrutta e ansimante, si siederà vicino a me addormentandosi nel giro di un minuto).
Errore fondamentale.
Non faccio in tempo a volgere lo sguardo sognante a est (uh, oggi si vede pure Vulcano), che lei mi rivolge immediatamente uno sguardo di sfida e si lancia in corsa verso la strada.
Attimo di panico, decido che non posso stare ferma: è ora di pranzo ma qualche macchina potrebbe passare, è pericoloso, devo rincorrerla.
In costume, scalza e in preda ai deliri tipici di un assassino che sta per compiere un delitto, mi fiondo sul lungomare. Chiaramente lei è lì, ferma come una di quelle statue di marmo all’ingresso dei palazzi antichi, e mi aspetta per farmi il Supremo Dispetto Canino: quello di farmi arrivare a un passo per scappare alla velocità della luce il più lontano possibile.
In quel caso “il più lontano possibile” era, nello specifico, una fogna a cielo aperto.
Rimango paralizzata per circa cinque minuti, urlando a più non posso il suo nome e sperando che si decida a tornare (eliiiiiis….amore mioooooo…dai vieni…io me ne vado, eh?…guarda che ti dò? una cosa buona da mangiare…la paaaappaaaaaa…daaaaaaaiiiii….).
Le urla si trasformano presto in grida disperate, il tono si fa incerto, quando qualcosa riemerge dagli abissi.
Ah, no, non è il mio cane. Questo è tutto nero, il mio invece è tutto bianco.
…
Non è lei…non è…non…non può essere…non…
Lascio al lettore il piacere di immaginare l’epilogo: dico solo che il giorno dopo ho dovuto estrarre, con metodi empirici che non sto qui a specificare, una busta di plastica (quelle della spesa, per intenderci) intera.
No, non dalla sua bocca.
Boh.
Pensavo e facevo, cose stupide probabilmente
(ricarico il telefono và, ho fame, fumo un’altra sigaretta, ho sonno, lavoro un po’, leggo, forse sono molto snob, commento, vorrei leggere ancora, parlo svogliata, sorrido, i soldi, mi sembra di avere la testa vuota cazzo, domani è venerdì, il veterinario, quei pantaloni neri, che faccio taglio i capelli o no?, la lontananza, i viaggi, cibo che non ho mai assaggiato, Napoli, mia madre, lenzuola asciutte, la spesa)
Adesso penso, e non sarò di sicuro meno stupida, però
(le bombe, i treni, i morti)
Boh
Ieri, dopo una cena messicana assolutamente devastante sia per il mio fisico che per le mie finanze, sono crollata sul letto in preda a deliri digestivi.
Il fatto che accendendo la televisione mi sia trovata davanti agli occhi il faccione liftato del caro presidente, non ha di certo aiutato i naturali processi di smaltimento delle cibarie ingerite, e ora mi accompagna il terribile sospetto di aver mandato un sms dal contenuto pericoloso verso le tre e mezza di notte, durante uno dei tanti risvegli dovuti all’arsura provocata, in ordine sparso, da peperoncino, cipolla, birra e tequila gialla.
Come se non bastasse il mio cane ha la gravidanza isterica, e la cosa mi turba.
Intorno a me un ordine apparente, tanto perfetto quanto falso.
Oggi è la festa della donna, si dice.
Le mie considerazioni al riguardo, per essere adeguatamente esplicitate, dovrebbero contenere un linguaggio troppo volgare, e quindi decido di tenerle per me: preferisco riportare un aneddoto raccontato da mia nonna durante una recente riunione di famiglia.
Fino a una decina d’anni fa, nel palazzo di fronte al mio abitava una famiglia piuttosto rumorosa. In particolare, le liti tra madre e padre erano all’ordine del giorno, e avvenivano ad un volume talmente alto da essere sentite dagli abitanti di tutto il circondario.
Memorabile fu la volta in cui l’oggetto della disquisizione consisteva nel chi, tra i due, dovesse andare a fare la spesa.
Dopo circa mezz’ora di urla aquiline, la battaglia fu vinta dalla madre, che si arrogò il diritto di andare dal parrucchiere invece che al supermercato pronunciando la seguente minaccia:
“Armando, se non vai tu a fare la spesa stasera non te la dò”.
Quando si dice women power.
Giovedì sera ore 22 circa, pessimismo e fastidio.
La sensazione principale è quella di essere qualcosa tipo la Regina degli Idioti o la Dea Del Patetico..insomma, una qualsiasi divinità della sfiga.
Male, malissimo.
Per fortuna in questi casi ogni tanto accade l’evento svolta-serata, ossia la telefonata provvidenziale: “usciamo?”
Usciamo, e chissenefrega se domani sembrerò uno zombie.
Pub, i soliti amici e quindi i soliti discorsi: il primo tema proposto è “l’evoluzione ideologica della prima e della terza persona in letteratura, e le sue possibili applicazioni nel linguaggio cinematografico”. Inizio a pensare che forse dovrei decidermi a frequentare persone che hanno affrontato un percorso di studi diverso dal mio.
Dopo circa tre ore di acceso dibattito e una quantità indescrivibile di sigarette scroccate, viene presa la solenne decisione di partire per un week end a Barcellona il prima possibile.
In fondo siamo giovani laureati in carriera.
Vabbè, diciamo che siamo giovani laureati e facciamocelo bastare.
*menzione speciale per il mitico Lo’ che è stato capace di tirare fuori dalla tasca dei pantaloni un fazzolettino infuocato senza perdere la sua abituale espressione algida e impenetrabile. Venghino signori venghino, non c’è trucco non c’è inganno
Le parole mi sfuggono.
Sono troppo stanca per rincorrerle, e rimango ferma a guardarle mentre si allontanano.
La sensazione di non essere capita lega i miei pensieri
Muse “New Born” – Origin of Simmetry
In cucina fa caldo, appoggio il pacchetto con gli arancini e le pizzette sul tavolo e sento un rumore sordo.
Lo riconosco.
Il mio corpo si irrigidisce, lo scatto verso il corridoio è automatico, il cervello improvvisamente vuoto, i pensieri le idee le sensazioni dileguate all’improvviso.
Lei è lì, riversa per terra, inginocchiata sul pavimento cerco di girarla ma non ci riesco, sento la mia voce chiamare, mi guardo - è come se fossi fuori – la paura ferma il respiro, il cuore accelera (piano, vai più piano per favore, ti prego).
Ogni volta sembra che sia la prima, dimentico tutto quello che so, tutto quello che devo fare – adesso passa, dai che adesso passa, ti tengo ferma più che posso, ci sono io qui, adesso passa.
Dopo, rimango ferma – respira e il cuore rallenta, respira e il cuore rallenta, lo sai che è così, respira e il cuore rallenta – lo sguardo è fisso, solo le unghie conficcate nel palmo della mano mi riportano dentro di me, solo il dolore mi risveglia.
Dopo lei dorme, ogni tanto entro in camera e la guardo da vicino, in casa c’è silenzio, il senso di attesa e la paura che succeda di nuovo attutiscono i rumori, sono sola e i pensieri mi assalgono, li mando via come al solito, non voglio sentirvi non voglio guardarvi, se giro le spalle sparite, so che posso farlo, se voglio ci riesco (e non mi volterò).
Ieri sono venuta a conoscenza dell’esistenza della
Teoria Del Tassista Meteorologo,
che non riporterò per non turbare la quiete di animi molto sensibili.
Lo stupore in me generato da quell'assunto, però,
non è nulla se confrontato a quello provato stamattina
quando ho trovato sulla superficie del riso rimasto in padella
evidenti tracce di crop circles.
Probabilmente gli alieni sono stati attirati dalla presenza dei tre cereali.
mi sento un pupazzetto nella palla di cristallo.