Prima giornata da apprendista litografa passata allegramente da Vitofotolito.
Sono arrivata allo studio entusiasta e piena di curiosità verso cose di cui non avevo mai sentito parlare prima, e sono stata accolta da quattro uomini che evidentemente adorano il loro lavoro.
Vitofotolito è una di quelle persone dall’aria molto burbera capaci di fare grandi sorrisi se si sentono ascoltate e apprezzate. Ho fatto il mio dovere ascoltandolo attentamente parlare di fatture, preventivi, fax di conferma e cromatine digitali come pezze d’appoggio. Mica faccio la contabile casalinga da sei anni per niente, io.
Il Disobbediente, da me subito scelto come Maestro Ufficiale della giornata, mi ha spiegato tutti i segreti della scansione a cilindro parlando di politica, antagonismo, riforme ed economia. Tutto questo ascoltando radio rock. Ci siamo adorati a vicenda sin dal primo sguardo.
Il Silenzioso mi ha praticamente ignorata per tutto il tempo, e io l’ho ricambiato se non per i cinque minuti in cui mi sono auto-ipnotizzata guardando il suo lavoro di impaginazione per la rivista di un’agenzia immobiliare. La compravendita di case e box auto esercita da sempre su di me un fascino particolare.
Il Piccoletto (quando incontro un uomo più basso di me mi vendico delle angherie costantemente subite) è rimasto per un po’ a guardarmi con aria sospettosa, finchè, avendo individuato il tipo, per caso non gli ho detto che lavoro facevo prima…grazie alla rivelazione di qualche innocuo segretuccio aziendale, mi sono guadagnata la sua devozione e un’interessantissima lezione sulle differenze tra scontorno con tracciato e scontorno con gomma.
La Segretaria Profumata mi ha subito presa in simpatia, e mi ha trascinata nel suo studiolo a raccontarmi dei suoi incontri fortuiti con “Tomassino quello di Fiorello”, fonte di emozioni indescrivibili. Con il suo enorme entusiasmo è riuscita a strapparmi la promessa solenne che sabato sera guarderò rai uno per capire chi è il famigerato personaggio.
Chicca della giornata
Il Piccoletto deve preparare i talloncini con i nomi e i cognomi degli inquilini del palazzo in cui abita, quelli da inserire nella plancia del citofono.
Arrivato alla famiglia Fusco ha un dubbio, e inizia a scrivere il nome del condomino in maniera incerta.
Pasquale.
evidentemente non gli suona bene, e riprova.
Pascquale.
Uhm. Word gli dà errore, come mai?
Riprova ancora.
Pasucquale.
Niente.
Ormai disperato si rivolge a me che nel frattempo ero rimasta a fatica in silenzio, e io, sollevata, gli suggerisco di provare eliminando la prima u e soprattutto la c.
Ammetto che alla sua risposta è difficile controbattere.
“ma scusa, acqua non si scrive con la c e la q”?
Due giorni di primavera seguiti da due giorni d’autunno inoltrato.
Il tempo qui è altalenante proprio come il mio umore.
Quando studiavo non facevo altro che sognare di ritrovarmi in un posto come quello in cui mi trovo da due giorni a questa parte, e quello che secondo le rosee previsioni altrui sarò in grado di fare tra pochissimo tempo, sarà esattamente quello che volevo “fare da grande”.
Ho tra le mani un’occasione d’oro, e nessuna intenzione di farmela scappare.
Ma la felicità, quella è un’altra cosa
Nonostante io sia terribilmente provata dai recenti eventi, decido di accettare l’invito dell’Ingegnere e, come ogni mercoledì che si rispetti, si va al cinema.
Sarà stata la giornata passata a tampinare, dietro ordine del capo, tutti i miei nuovi colleghi per carpire più nozioni possibili sul nuovo lavoro.
Sarà che sono diventata troppo romantica e sensibile.
Sarà che non ho più un soldo e le prospettive future lasciano intuire che si sta andando incontro ad un periodo di carestia.
Sarà quel che sarà, ma “Non ti muovere” ha inferto un colpo letale al mio spirito algido e poco incline alla commozione.
Voglio convincermi che sia solo bisogno di sonno.
Dovrò svegliarmi tutti i giorni alle sette e mezza? (ditemi di no...)
Potrò permettermi un abbigliamento informale come in redazione? (non potrei sopportare l'idea dello shopping imposto)
Con chi andrò a mangiare in pausa pranzo? (a dire il vero questo mi interessa poco)
I tipografi saranno veramente due gran fighi come ha affermato il capo? (ho giurato che se mi ha ingannata mi licenzio)
Quanto mi pagheranno? (si, ho tralasciato la questione...)
Mi piacerà? (bella domanda)
Sarò all’altezza delle loro aspettative? (questa è ancora meglio)
Quanti giorni di ferie avrò quest’estate? (almeno quindici, spero)
A che ora tornerò a casa la sera? (comunque è meno importante dell'orario di arrivo)
Potrò continuare a falsificare i certificati di malattia come prima? (ne ho un blocchetto immacolato che mi dispiacerebbe sprecare)
Troverò il modo di passare tre quarti della mia giornata lavorativa qui? (ecco la domanda topica)
Ai posteri l’ardua sentenza
(forse potrebbe essere una buona idea confidare al capo che ho un blog. Così non si preoccuperebbe se iniziassi a manifestare sintomi stranamente somiglianti ad una crisi di astinenza…)
Non capisco perché il tempo ha deciso di migliorare proprio oggi.
Il sole mette a nudo tutte le mie imperfezioni, le illumina e le esalta.
Il cielo grigio e la pioggia mi avrebbero aiutata a nasconderle.
Tutto quello che non va nella mia vita è qui accanto a me e mi guarda con aria soddisfatta.
Vorrei avere a portata di mano uno sguardo di disprezzo e un sorriso sarcastico.
A volte vorrei non avere un passato.
Oppure incontrare qualcuno che lo conosca
senza che io debba raccontarglielo.
Ultimo giorno in redazione.
Le pareti della stanza sono ricoperte di cartelloni.
“Wherever you will go” dei The Calling sparata a tutto volume e urlata dalle ragazze.
Sorrisi e un po’ di lacrime, è così che lascio il mio primo lavoro.
Non l’avrei mai detto, ma mi mancano le parole.
Aggiornamento delle 16:54 - Qualcuno mi aveva detto "vedrai che non è finita qui". Io ero convinta di si, invece aveva ragione. Festa a sorpresa in sala riunioni, spumante e pasticcini a profusione. Spero che la sbronza non mi prenda a tristezza, e comunque i primi dieci minuti sono bastati a distruggere la mia reputazione di donna senza cuore costruita con fatica in questi sette mesi.
L’aria profuma d’estate, stasera.
L’aria profuma d’estate e gli aerei volano bassi, luci rosse ben definite, le ali stagliate nel celeste carico e senza nuvole.
L’aria profuma d’estate, e io passeggio guardando la mia ombra scivolare leggera sui marciapiedi sporchi, la vedo sovrapporsi a quella di elis che mi trotta vicino e ogni tanto mi guarda.
Respiro odori che pensavo lontani. Li annuso, li sento più forti, sembrano avvicinarsi.
L’aria profuma d’estate stasera, e io ho di nuovo voglia di stare con me.
Stamattina la sveglia anticipata non è riuscita a mettermi di cattivo umore.
Ripetere i gesti compiuti per anni dopo un intervallo piuttosto lungo è un’esperienza che può rimettere in pace con se stessi. O almeno così è successo a me.
E così mi sono ritrovata di nuovo alla fermata dell’autobus con le ragazze e anche stavolta, come spesso accade nell’ultimo periodo, avevamo un enorme mazzo di fiori in mano.
La facoltà è sempre uguale e soprattutto sempre bellissima: entrare nel chiostro inondato dal sole continua a darmi la stessa emozione provata la prima volta, il sorriso è automatico e lo sguardo si dirige ancora verso il solito punto d’incontro con la speranza di vedere i volti familiari.
Quando ci ritroviamo lì il tempo sembra essersi fermato alle primavere fatte di sigarette simpatiche, birre alle tre del pomeriggio, appunti di quarta mano, fotocopie volanti, caschi appoggiati sui gradini, pizze fredde e gelati, occhiali da sole sbilenchi, risate, gavettoni, partite di pallone improvvisate coinvolgendo i professori più amati, timidi approcci, baci clandestini, discorsi illuminati, strategie politiche, antagonismo esistenziale, studio distratto, programmi d’esami ripetuti in gruppo, statini sventolati in aria come bandiere, abbracci, esultanze e piccoli fallimenti.
Faccio sempre di tutto per non mancare alla laurea di uno di noi. Quando l’ultimo verrà proclamato nel solito modo distratto e poco solenne sarà veramente finita. Non avrò più motivi validi per tornare lì.
- Insomma, dovrà pur iniziare a vivere, una buona volta.
- …
- …
- …
- Padre Pluche, mia figlia deve guarire.
Così, con la scusa di partecipare al giochino* in voga da queste parti nei giorni passati (che però io sono sempre in ritardo e le cose alla moda, mio malgrado, proprio non mi riescono), ho postato queste frasi. Che quando la marea sale, pensavo, e tu proprio non riesci a spostarti, finisce che l’acqua ti sommerge molto prima che tu riesca ad accorgertene. E allora magari è meglio che tieni bene a mente che prima o poi si deve guarire.
*1. Prendi il libro più vicino.
2. Aprilo alla pagina 23.
3. Trova la prima frase degna del benché minimo interesse.
4. Posta il testo della frase nel tuo blog insieme a queste istruzioni.
Afterhours – Quello che non c’è
Ho questa foto di pura gioia
è di un bambino con la sua pistola
che spara dritto davanti a sé
a quello che non c’è…
Ho perso il gusto, non ha sapore
quest’alito di angelo che mi lecca il cuore
ma credo di camminare dritto sull’acqua e
su quello che non c’è...
Arriva l’alba o forse no
a volte ciò che sembra alba
non è
ma so che so camminare dritto sull’acqua e
su quello che non c’è..
Rivuoi la scelta, rivuoi il controllo
rivoglio le mie ali nere, il mio mantello
la chiave della felicità è la disobbedienza in sé
a quello che non c’è...
Perciò io maledico il modo in cui sono fatto
il mio modo di morire sano e salvo dove m’attacco
il mio modo vigliacco di restare sperando che ci sia
quello che non c’è..
Curo le foglie, saranno forti
se riesco ad ignorare che gli alberi son morti
ma questo è camminare alto sull’acqua e
su quello che non c’è...
Ed ecco arriva l’alba so che è qui per me
meraviglioso come a volte ciò che sembra non è
Fottendosi da sé, fottendosi da me
Per quello che non c’è....
Piove ancora, e tira pure un vento freddo.
Parole che profumano di mare (come acqua fresca che si frange lieve) mi hanno fatta addormentare serena, ma stamattina il mal di testa è in agguato.
La mia mente vorrebbe allontanarsi e rimanere a guardare immobile e taciturna, ma io voglio che rimanga qui: il lavoro tocca anche a lei, stavolta.
Qui a casa dicono che in questi giorni sono pericolosa: stamattina ho aggiunto alla lista dei danni, oltre alla maniglia del frigorifero spaccata e una lampadina fulminata, l’esplosione della macchinetta del caffè. Le ragazze non mi fanno entrare nelle loro camere, hanno paura che io distrugga qualcosa anche lì. Sempre le solite malfidate.
I primi passi nel parco hanno svegliato i miei polmoni, una tosse profonda che mi ha fatto rimpiangere di non aver mai imparato ad espettorare. E’ che non ci sono proprio portata, ecco.
Il cane è in ottima forma, e mi trascina senza che io possa opporre la minima resistenza; un signore di passaggio, l’unico coraggioso oltre a me, mi guarda ridendo e simpaticamente dice “a regazzì, pare che stai a fà windsurf”. Indecisa se offendermi o ridere, opto per la seconda possibilità.
Squilla il telefono, penso di sapere chi è e invece rimango per un attimo muta e in attesa.
Lui torna sempre così, si diverte a piombare nella mia vita senza il minimo segnale di preavviso. Lui, che mi ha fatto credere in me stessa quando non pensavo di poterlo fare. Lui che spariva e riappariva, prepotente e noncurante. Lui, l’amico di una vita, l’amore pensato senza guardarlo negli occhi nemmeno una volta.
Questo sabato è nostro, mi ha detto. Ha bisogno di parlare con me, la sua voce da giullare era triste come non l’avevo mai sentita.
Mentre dico di si per un attimo ho paura, ma poi penso.
Adesso mi sento forte e lontana, protetta da chi c’è ma non c’è.
Cammino avanti e indietro.
Il punto di partenza e quello d’arrivo sono i due cartelloni dell’autobus vicino alla fermata. Tredici passi, sempre uguali.
Solo che oggi piove e ho l’ombrello bucato, e l’ormone è lì in agguato che aspetta un mio passo falso per prendere il sopravvento.
E poi oggi è venerdì e io non ho niente da fare.
Sto contravvenendo alle regole non scritte del manuale di comportamento di noi giovani d’oggi, me ne rendo conto, e quasi quasi mi crogiolo del mio stato di apatia conclamata.
Sono stanca, infreddolita, poco disposta verso la socializzazione da fine settimana.
Non mi va di fare il solito giro di telefonate pianificatrici, non ho sorrisi da esibire, una scarsa predisposizione verso conversazioni impegnate o futili che siano.
Intimità. Ecco quello che vorrei.
Una buona dose di silenzi che non aspettano di essere riempiti, gesti che invadano dolcemente il mio spazio vitale, occhiate eloquenti, sigarette condivise.
Un odore familiare, un’anima che conosco e che sa di me, sulla quale io mi possa ripiegare con affetto.
Sono troppo piccola per fare questa vita, ogni tanto me lo ripeto. E ogni volta mi rispondo che un’altra non sarebbe possibile. Avevo già dato tutto di me, avevo bisogno di cambiare. Tutto è successo in fretta, e adesso sta per succedere di nuovo.
Senza cambiamenti non sopravvivrei, ma i cambiamenti mi chiedono molto e tutte le volte mi sembra di lasciare un pezzetto di me qualche passo indietro. Più cammino più aumenta la distanza.
E’ arrivato il momento dell’ora d’aria.
La mia passeggiata terapeutica.
E chissà che non riesca a seminare l’ormone depresso, e a guadagnare la virtù dell’attesa.
Oggi doveva essere la Giornata Delle Vecchiette Spintonatrici e io non lo sapevo: mi sono presa una quantità incredibile di gomitate e borsettate a tradimento, inferte senza pietà da anziane dotate di folte chiome dalle delicate nuances azzurrine.
Ieri sera invece mi sono sentita come quando, da bambina, durante la notte della vigilia di Natale assistevo con fratelli&cugini all’arrivo del barbuto portatore di doni.
Avrò pure passato una santapasqua solitaria, insomma, ma almeno sono stata ripagata da un inaspettato pacco dono da parte del parentame impietosito.
All’apertura del valigione trascinato dal mio povero fratello mi si sono presentati davanti agli occhi, nell’ordine:
- due enormi uova di cioccolato al latte finissimo, le cui etichette promettono in un caso una megamitica sorpresa e nell’altro un raffinatissimo regalo (mia madre e mio padre manifestano le loro insanabili divergenze anche attraverso questi dettagli)
- due colombe, una con canditi e l’altra senza (papà non ha ancora capito che io i canditi li odio)
- un dolce tipico a forma di coniglio dallo sguardo assassino, circondato da paperette di cioccolato e appoggiato su un letto di zucchero a velo. Il mittente in questo caso è sconosciuto, credo che nessuno si sia voluto accollare la responsabilità di appiopparmi questo coso stantio al quale il lungo viaggio verso la capitale deve aver inferto il colpo di grazia
- quindici ovetti ripieni di nocciole&cereali&mandorle, subito eletti graditissimi compagni delle mie nottate insonni e difesi stoicamente dalle fauci degli ospiti
- quattro pacchi di caffè della torrefazione cittadina (mai scordarsi delle proprie origini)
- vari salumi e formaggi di chiara provenienza casalinga
- serie di conserve dai nomi vagamente inquietanti (chiaramente scartate dai pacchi dono ricevuti da mio padre).
Il mio sorriso e gli occhi sognanti hanno messo a tacere per un secondo gli astanti, che fino a quel momento non avevano smesso neanche per un secondo di informarsi preoccupati sulle mie abitudini alimentari e sul numero di ore di sonno da me totalizzate nell’ultimo periodo.
Come prova decisiva dell’inutilità della loro preoccupazione sono stata costretta a cibarmi del coniglio assassino. Una decapitazione in piena regola, sentiti applausi da parte del pubblico.
mangio fragole di polistirolo e cioccolata
canto con voce stridula
sorrido sardonica
ascolto disgustata parole già sentite
Serata con fanciulli reloaded. (è deciso, domani vado. nonostante un'ostentata indifferenza verso le ripercussioni di questa scelta nella mia vita, spero che continui a piovere)
Ovvero, come passare con nocalanche da argomenti tipo il dramma esistenziale di noi giovani d’oggi, la disillusione nei confronti della vita, l’amore, l’amicizia dopo la fine di un rapporto importante, le aspettative, il cinismo e il rispetto di se stessi e degli altri, all’esplorazione delle dinamiche sessuali viste da punti di vista diversi.
Quello dell’uomo e quello della donna, per l’appunto.
Allora succede che ti ritrovi a parlare di tecniche amatorie, love talking, finzioni, fantasie, zone erogene, calzini e autoreggenti.
E apprendi che esiste una catalogazione dei diversi tipi di orgasmo molto diversa da quella che conoscevi tu.
Non si finisce mai di imparare.
Vent’anni fa era notte, quando è successo.
In quel periodo una bambina di sei anni esplorava guardinga la nuova casa e immaginava strani mostri appostati dietro le tende bianche e correva in cerchio sulle piastrelle quadrate fingendo che fossero una scala a chiocciola.
Quella notte rumori concitati interrompono il suo sonno. Il freddo, i piedi nudi sul pavimento, il pigiama tiepido e arricciato sulla gamba destra, gli occhi semichiusi per la troppa luce.
Loro non si accorgono che lei li guarda, e chiudono la porta velocemente.
Lei non fa in tempo a capire di essere rimasta sola che vede la porta riaprirsi, è sua nonna con un gran sorriso che la riporta a letto e le spiega quello che lei sa ma continua a non capire.
La luna illumina il cielo fuori dalla finestra, lei sente le macchine passare e pensa che qualcosa sta cambiando, e non sa se è contenta o no.
Quando arriva la telefonata la bambina decide di non essere per niente contenta, e dice che è meglio per tutti che lei non lo veda perché alla prima occasione lo avrebbe ucciso e buttato nella spazzatura.
Che non l’aveva chiesto, e neanche lo voleva.
La bambina ci credeva, quando diceva quelle cose.
La bambina presto avrebbe cambiato idea.
Buon compleanno, fratello mio.
Succede che un aperitivo anticipato alle sei e mezza per sfruttare l’happy hour si trasformi in una chiacchierata fiume e che io mi ritrovi qui davanti, con il mio piatto di gnocchi alla romana con troppo burro, che è già quasi mezzanotte.
In tv c’è l’unplugged dei Nirvana, e il mio cane mi guarda con la palla blu in bocca e scodinzolando un po’. So che vorrebbe giocare, e che disapprova la mia totale disattenzione nei suoi confronti.
Domande senza risposta mi ritornano in mente.
Vado a fare una passeggiata e rendo tutti più contenti. Il cane, e i pensieri che magari hanno solo bisogno di prendere un po’ d’aria.
Adoro quando i miei fanciulli mi portano a cena fuori.
Mi piace essere l’unica donna presente perché loro si sentono autorizzati a intraprendere discorsi scurrili e a farmi partecipare, in qualità di giudice, alle serissime votazioni sulla prestanza fisica delle signorine che malauguratamente invadono il nostro spazio visivo.
Che poi finisce sempre che litighiamo.
Ieri sera il cibo non era un granchè e costava pure parecchio, ma i giovanotti mi hanno fatto dimenticare questo particolare non irrilevante producendosi in alcune tra le migliori gag a cui io abbia mai assistito.
Stamattina voglio riportare qui due tra le frasi migliori ascoltate ieri, in modo che rimangano impresse a vita nella mia memoria:
“mettete sto cappuccio e vai a fà il frate dei fiumi di porpora”
“certo che p’esse ‘na femmina te sei proprio forte”
Il loro sprezzante e falso senso di superiorità è una delle cose che mi mettono più allegria al mondo
- ho un lavoro che mi terrà impegnata fino a venerdì sera
- ho un cane di taglia medio grande che non sopporta la museruola
- per tornare nella casa natia devo percorrere cinquecentoventi chilometri circa
- non posso prendere il treno
- l’aereo neanche a parlarne
- non possiedo un’automobile
- non riesco a trovare qualcuno che mi dia un passaggio.
Il risultato è che io per Pasqua rimarrò qui.
Nelle altre stanze tutti preparano le valige. Si discute di orari di partenza, pranzi pasquali, sbronze colossali, rimpatriate oceaniche.
Per il momento decido di farmi travolgere dalla sindrome del mi si escludeva ma non ritenendo tale stato d’animo produttivo penso sia opportuno abbandonarlo immediatamente. E poi, francamente, non mi si addice per niente.
Penso, pianifico, decido, cercando di stabilire un programma decente per attraversare indenne la prima festività comandata in solitaria.
Molto presto potrei essere in grado di fornire un elenco dettagliato delle attività da svolgere in occasione dei tre giorni di vacanza; l’unica cosa certa per il momento (oltre ad una doverosa quanto necessaria puntata al supermercato) è che cercherò, come mi ripetono ossessivamente da giorni parenti di ogni ordine e grado, di evitare di farmi coinvolgere in un attentato terroristico.
Pare infatti che da queste parti tutti diano per scontato che l’undici aprile la mia unica occupazione sarà quella di percorrere le linee della metropolitana da un capolinea all’altro.
Tutto sommato potrebbe essere un’idea
L’istinto va sempre seguito, dico io.
Anche di fronte alla presunta illogicità di scelte che potrebbero rivelarsi sbagliate.
Il problema non è lasciarsi trasportare dalle emozioni.
Il problema è trovare il coraggio di riconoscerle.
(rendere tutto semplice come una dicotomia. Questo è il segreto)
Dovrei trovare il modo di sdrammatizzare.
E’ che da ieri non ho in mente altro.
Tornata a casa mi sentivo distrutta, ho fatto appena in tempo a magiare qualcosa e alle dieci e mezza sono crollata sul letto. A mezzanotte ovviamente mi sono svegliata e i pensieri hanno ripreso a vorticare, andavano talmente veloci che non riuscivo a seguirli.
Mi viene da parlare solo per metafore (valigie da fare quando non sai che tempo fa nel posto dove devi andare, trampolini troppo alti dal bordo dei quali non puoi vedere il fondo della piscina, bivi e sentieri che non sai dove portano ma che hai voglia di percorrere), ma mi sa che non mi riuscirebbe nemmeno particolarmente bene.
E’ che l’attesa è uno stato d’animo che per natura non mi appartiene
Uno dei miei sogni nel cassetto è quello di essere eletta Miss Italia. *ho ritenuto necessario sfogarmi adesso perchè domani vorrei evitare di rispondere così alla tizia che mi farà il colloquio per il nuovo possibile impiego delle mie facoltà intellettive, quando prevedibilmente mi chiederà quali sono i miei principali obiettivi per il futuro. devo assolutamente inventarmi qualcosa
Non è per vincere un concorso di bellezza nè per diventare famosa, non è nemmeno per i soldi, ovviamente non voglio la cucina berloni, la parure di perle non mi interessa, non metterei mai un diadema e mi rifiuterei di reggere uno scettro, la fascia cadrebbe male, il costume intero non lo porto per scelta, i tacchi alti li odio, non farei mai amicizia con un branco di femmine urlanti, la mia pettinatura farebbe schifo.
In realtà il mio scopo è quello di poter dire tra le lacrime “il mio più grande desiderio è la pace nel mondo, e vorrei dire che al limite sono disposta anche a girare scene di nudo purchè sia artistico"*
Una serata che sembra un sogno di una notte di mezza estate.
Ieri sera solito giro di telefonate svogliate del venerdì.
Siamo tutti troppo stanchi per riuscire a fingere in maniera convincente di essere galvanizzati alla prospettiva di alcol droga e rock&roll, ma non vogliamo arrenderci di fronte all’evidenza che non abbiamo voglia di fare un granché: alla fine si decide per la festa in facoltà, da raggiungere in motorino - che tanto sembra che la primavera sia finalmente arrivata.
Lungo la strada veniamo colti da un raptus adolescenziale, probabilmente nel tentativo di recuperare lo spirito studentesco e goliardico necessario per un corretto svolgimento della serata, e ci mettiamo a fare cose stupide e pericolose tipo superarci a vicenda in mezzo al traffico invadendo la corsia opposta, sputarci addosso, tirarci simpatici coppini sul casco affiancati in prima fila al semaforo, urlarci frasi stupide in dialetto pugliese (lingua da noi eletta madre delle battute idiote).
L’arrivo di fronte all’ateneo, però, ci mette di fronte al fatto che la tanto apprezzata festa in facoltà dopo cinque anni di repliche ha perso tutto il suo appeal, e che l’aumento spropositato dei prezzi si fa sentire anche nell’ambiente studentesco: tre euro per l’ingresso sono decisamente troppi, soprattutto mettendo in conto la volontà di spenderne molti di più in bevande alcoliche (leggasi, in questo caso, birre calde e gin da discount).
La mestizia invade ormai i nostri pensieri e desolati ripieghiamo su un pub anonimo e quasi vuoto: pessima colonna sonora, discorsi da giovani laureati che tentano di far carriera e che faticano ad arrivare a fine mese con i miseri stipendi pagati da amministratori delegati miliardari e in evidente soprappeso.
La scena finale sembra tratta da un manuale intitolato “come distruggere una persona con tre semplici frasi”.
Motorino, io e l’ex anima gemella torniamo a casa urlandoci stati d’animo estemporanei. Prendo respiro e al terzo semaforo riesco a urlare la battuta d’avvio:
io: A. non si è fatto più sentire
lui: immaginavo
io: nemmeno io l’ho chiamato però, eh?
lui: è scontato che fosse così
io:
lui: vabbè, dai, lui sta lì con la sua ragazza, mica starà pensando a te
Sentitamente ringrazio.
Un penny per i miei pensieri
(ma anche no, forse è meglio che restino lì)