Puoi considerarti la persona più autonoma del mondo.
Puoi aver costruito, negli anni, barricate inviolabili di fronte ad ogni attacco, tutti i giorni scegli di indossare corazze invisibili e pesanti come macigni.
Puoi affermare con sicurezza e onestà che la libertà è il tuo bene più prezioso.
Ma ogni volta che tua madre sale su quel treno, ti ritrovi ad essere la ragazzina spaesata e col magone, abbandonata a se stessa nel suo primo giorno nella grande città.
Statura morale
Lei: certo che tu sei molto giovanile. Ma sei più piccola di A.?
Io: grazie tesoro, ma A. ha dieci anni meno di me
Lei: ah. Forse ho capito perché sembri così giovane
Io: perché?
Lei: perché sei molto bassetta.
Io: …
Lei: non ho detto bassissima. Ho detto solo molto bassetta
Dell’amore #1
Lei: ma tu non avevi un marito? Quello col nome strano…
Io: si, ma non era mio marito
Lei: vabbè, marito o no, comunque mi ricordo che ti ha lasciato per un’altra
Dell’amore#2
Lei: anch’io sono stata lasciata da poco dal mio fidanzato
Io: ah si? E’ scappato anche lui con un’altra?
Lei: no. Diciamo che non eravamo compatibili
Io: questioni caratteriali, quindi
Lei: è che lui era molto cattivo. L’ho capito quando mi ha detto che sono una puttana
Dell’amore#3
Lei: tu sei la mia donna ideale
Io: sei proprio un tesoro
Lei: per te farei di tutto
Io: tipo?
Lei: ti darei la metà delle mie patatine
Ci vuole un fisico bestiale
Lei: sono belli i tuoi tatuaggi. Quando sarò come te me li farò pure io
Io: grazie cara. Anch’io trovo siano molto belli
Lei: ma li hai fatti lì per far vedere meglio che hai un po’ di pancia?
musica che copra le parole
il biglietto del concerto dei Muse
ballare fino a non avere più fiato
una sbronza quasi mortale
tornare dal lavoro ad un’ora decente
dormire
l’abbraccio di mia madre dopo quattro mesi di lontananza
un pugno di domande che diventano improvvisamente risposte
un sorriso vero, di nuovo
Ecco le cose che vorrei. Chiedo troppo?
(già che ci siamo, ecco, vorrei anche qualcuno che ci venisse volentieri, al concerto dei Muse)
Think I'll leave it all behind, save this bleeding heart of mine – it’s your age, it’s my rage*
*Placebo, You don’t care about us
Questione di stile
Un sabato qualsiasi, ore 23 circa, locale affollato, caldo tropicale. Cinque signorine sbevazzano allegramente osservate con interesse da sei maschietti seduti tavolo a fianco che tentano l’approccio senza speranza, che si sa che quando le femminucce c’hanno da parlare prestano poca attenzione a ciò che avviene intorno a loro.
la rossa: no, è che io ho pensato che ci sarebbe un modo per risolvere i nostri problemi economici
le altre: …
la rossa: mettiamo su un’agenzia di accompagnatrici
le altre (in coro): mavvaffanculovà
la rossa ( risentita): oh, ma che avete capito? Mica sto parlando di prostituzione! Accompagniamo manager alle cene di lavoro…in fondo la cultura necessaria a sostenere una conversazione ce l’abbiamo, no?
io (interessata): beh, in effetti….che ci sarebbe di male? Io ci sto
la donna di ghiaccio: si, e poi pare che quelli non ci provano
la pragmatica: beh, magari quello che ci prova ti piace pure
la sofferente: ecco, appunto…praticamente dovremmo fare le puttane
io: perché scusa, se uno mi piace e ci sto al primo appuntamento sono una puttana?
le altre: …
dal tavolo a fianco (in coro): no, no!
Stessa serata, l’una di notte. La temperatura è salita, il tavolo è pieno di bicchieri vuoti, il cameriere tarda ad arrivare
io (nervosa): eccheccazzo, a chi la devo dare per avere qualcosa da bere?
dal tavolo a fianco: ehm…
io: prendi le ordinazioni?
Lunedì sera, cena tra donne, momento del dolce
la pragmatica: oh, reme, vedi un po’ se il salame è pronto
io: è abbastanza duro, penso che vada bene
la rossa: sei sicura?
io: modestamente me ne intendo
la donna di ghiaccio: fai proprio schifo
io: dovresti smetterla di invidiarmi, ti farebbe sentire meglio
Voglio andare a vivere in campagna
(con una schiera di giardinieri al mio seguito)
Sabato mattina il sole è alto nel cielo, e se voi lettori vi foste affacciati ad una delle finestre della casa (mi concedo una licenza poetica) immersa nel verde avreste visto una figura stagliarsi all’orizzonte: è la versione post moderna e femminile dello Zappatore, che scuotendo la testa sparge intorno a sé gocce di sudore (ma mica le riesce sexy come nei film in cui l’eroina procace viene inquadrata al rallentatore mentre si esibisce in tale atteggiamento), e si terge la fronte prima di ricominciare a vangare, potare, trasportare secchi di terra, misurare scientificamente la lunghezza di vermi e lombrichi, stabilire ad occhio il peso di bagarozzi e formiche guerriere, evitare collisioni con api, zanzare e vespe dagli intenti bellici, schivare zanzare, trapiantare bulbi rinsecchiti e piantine aspiranti suicide nella speranza di operare un salvataggio in extremis.
Che la Zappatrice non ha il pollice verde, e sembra che le basti guardare un qualsiasi essere vegetale per farlo rinsecchire all’istante, ma si ostina a tentare la coltivazione di piante ornamentali dai nomi complicati.
La Zappatrice viene caparbiamente seguita dal suo cane, infortunato e zoppicante, sofferente e caparbio, che la osserva perplesso e combatte presenze invisibili all’occhio umano.
La Zappatrice canta come vuole la tradizione, ma il suo repertorio non include strazianti melodie partenopee, bensì un più allegro e corroborante punk melodico e un pizzico di ska-core.
La Zappatrice ascolta gli sconclusionati racconti di Mister E., il giardiniere ottantenne chiamato come rinforzo e guida spirituale, che la gratifica con proposte di assunzione come riempitrice di buche, e le racconta della sua carriera, corredata da terrificanti incontri con sgorbioni e altri esseri viventi non ben identificati.
La Zappatrice è stanca, sporca e allegra, ha le unghie sporche di terra e i capelli scompigliati, e ha fatto un lavoro della madonna per ripulire il luogo in cui ha deciso di passare tutte le serate dell’estate imminente, organizzando festini e visioni collettive delle partite degli europei.
Ma soprattutto, salta immediatamente agli occhi che la Zappatrice è una gran sfigata.
Perché, dopo tanta fatica, oggi piove e l’erba maligna, che è l’unica cosa che le riesce di far crescere, necessitava appunto di una bella innaffiata per ricominciare a svilupparsi, più in forma e urticante che mai.
In otto mesi ho cambiato tre lavori, contando anche questa specie di stage di due settimane e mezzo (che valgono come le famose nove e anche di più).
Che sarò io che mi affeziono subito alle persone o saranno gli altri ad essere particolarmente gentili con me, ma comunque oggi si sono riproposte le mitiche scene strazianti dell’addio come è successo in redazione meno di un mese fa.
In questo periodo ho avuto la fortuna su conoscere gente che mi ha insegnato tanto, e non parlo solo di questioni tecniche (tipo montare una lastra, impostare il CIP3, creare un pantone, controllare la disposizione della quadricromia, avviare la stampa, fustellare, usare la tagliatrice assassina, impacchettare le locandine, verificare la corretta composizione di un 6*3, costruire pacchi di cartone, preparare preventivi, prendere commesse, allestire le cartelline, imbustare gli inviti, incellophanare coupon, disporre bancali pesanti quintali, tentare di guidare un muletto evitando pericolosi testacoda e sgommate furiose).
Perché ascoltare persone che si raccontano, storie di vite dolorose e coraggiose, è decisamente impagabile, e io dietro alle storie mi ci perdo.
Tonino, suo padre scappato di casa e la sua iniziazione al lavoro a nove anni, una cultura costruita con fatica e un libro scritto di notte che aspetta di essere finito
Simone, la droga che lo accompagna in carcere, una dignità ricostruita e non accettata dagli altri, la solitudine e la sua voglia di rifarsi
Nando, timido, gentile e silenzioso, che monta lastre sognando di truccare modelle bellissime e attori di film horror
Sandro e il suo piccolo figlio che lo tiene sveglio la notte ma lo guarda con due occhioni che tanto amore non lo sa spiegare
Gianluca, i preparativi per un matrimonio che non lo convince e la passione per il cibo messicano
Adriano e i suoi mille tatuaggi, gli orecchini indiani e la voglia di un viaggio in oriente dal quale non tornare più
E insieme a loro tutti gli altri ragazzi che mi hanno coccolata, istruita, che mi hanno sorriso e confidato segreti, medicato ferite che la carta porca troia se taglia, offerto caffè e sigarette, proposto assunzioni con stipendi da sogno e soprattutto matrimoni allegri e frettolosi, e che oggi salutandomi mi hanno urlato in coro “ciao, maschio!”.
Oh, suonerà retorico, ma io a ‘ste persone gli voglio un gran bene
E ad un tratto mi sento come se respirare non mi bastasse più, e mi siedo alla fermata dell’autobus piena di gente che mi guarda senza vedermi, e mi fa sentire libera di versare lacrime che comunque vorrei trattenere, che ogni tanto succede, succede che ti senti scivolare, una caduta lenta e senza appigli, ti senti scivolare ed è tutto racchiuso nella cieca attesa del momento in cui arriverai sul fondo, che proprio non ne puoi più, di niente, delle cose che accadono tuo malgrado, degli eventi che nonostante l’affanno e lo sforzo continuano a precipitare, e dell’impotenza, bestia famelica che divora la voglia di fare di dire e pensare, che tanto non serve a niente e tutto va, e segue il suo corso come il fiume sporco nel pieno della corrente che guardi passare sotto il ponte. E della merda che ti circonda, quella che leggi sui giornali, quella che incontri in uno sguardo sfuggente, quella che senti pronunciare attraverso una linea telefonica disturbata, parole scandite che restano in testa, quella che guardi quando passi davanti alla stazione o accendi svogliata la tv. E intanto il sole batte sulla tua testa, il calore, quello lo senti, ti sveglia e ti impone di ascoltare i clacson impazziti e lo stridere dei freni, le mute bestemmie della gente intorno a te che si muove e resta ferma, che non crede più a niente, e che ti fa pensare che sei rimasta solo tu, nel mondo, ti fa sentire chiusa in una gabbia di plexiglass trasparente senza prese d’aria, che sotto il sole diventa incandescente, ti fa perdere le forze fino a quando non cederai, rassegnata, rimanendo chiusa lì, come uno stupido animale da esposizione. E se fossi una ragazza perbene avrei un fidanzato che mi porti al cinema, il corredo già pronto e solide prospettive sulle quali basare le mie scelte, scelte facili che mi sorridono ammiccanti, e aspettative concrete, e posate d’argento da lucidare, piante verdi e rigogliose e il frigorifero sempre pieno, una macchina piccola e comoda, scarpe a punta e vestiti stirati. Quello che voglio, mi chiedo, quello che vorrei, un piatto di spaghetti al sugo e candele accese, un pacifico tepore al posto del freddo che fa tremare le ossa fragili, e pensieri sereni e un lungo sonno, frutta fresca fuori stagione e una mano tesa verso la mia, mentre sono seduta per terra e leggo incantata parole non scritte, una mano tesa e un abbraccio, niente più domande, niente più richieste, solo mutuo calore che faccia dimenticare, e la pace dell’oblio, la voglia di credere che ci si aiuta, nella vita, che esiste l’amore e che è la cura e non un comodo riempitivo di buchi profondi dalle pareti di fango, che esiste una persona che mi sta aspettando, e attende senza fare domande, e un giorno ascolterà le mie parole senza suono, il muto racconto di un’anima. E io, per sempre, l’amerò.
Ultimi giorni in tipografia
L’incompreso: mò ce rimangono da preparà e locandine der film, quello novo
Io: quale?
Er finezza: ‘a foresta ‘ncazzata
L’incompreso: ma che cazzo stai a dì? c'ha 'r nome in inglese
Io: ah…ma è quello che c’è scritto “il bosco ha fame”?
L’incompreso: eh, si, quello…(rivolto a E.F.) ‘o vedi che sei proprio deficiente
Er finezza: perché, te quando c’hai fame nun te ‘ncazzi?
(e io già soffro al pensiero di andarmene)
L’aria di crisi mistica che si respira qui ormai da giorni sta avendo varie conseguenze. Una di queste è la sperimentazione, da parte dei tre quarti degli abitanti della casa, del sistema dei Fiori di Bach*.
L’appartamento è stato invaso da boccette contenenti miscugli di vari tipi di fiori dagli effetti a quanto si dice portentosi, necessari per un rapido superamento di traumi, stati d’animo negativi, anomalie caratteriali e atteggiamenti insani.
Al ritorno delle acquirenti dall’erboristeria vengono quindi esaminati i volantini esplicativi che accompagnano tali prodotti: tali volantini, oltre ad indicare la corretta posologia del preparato, descrivono il giusto accoppiamento tra il fiore e lo stato d’animo presente nell’individuo.
Le ragazze sentono l’esigenza di consigliare alla sottoscritta, troppo scettica per i loro gusti, l’assunzione di tale pianta (copio testualmente dal volantino):
Vine: per chi ha un’indole tirannica, dominatrice. Per chi esercita deliberatamente pressioni per raggiungere uno scopo. Per chi è assetato di potere ed inflessibile, sicuro di sé, prepotente, sconsiderato e privo di compassione per gli altri.
Per dimostrare l’assoluta inutilità dell’assunzione di tale rimedio, ho convocato una riunione immediata nella mia camera (visto che è la più grande, che mica l’ho scelta solo perché è l’unica con il parquet), durante la quale ho dimostrato la mia magnanimità accettando di venire inclusa, una tantum, nei turni delle pulizie domestiche, da me coscienziosamente redatti mesi orsono.
Povere ragazze, cercano di sfogare il manifesto complesso di inferiorità nei miei confronti tentando di gettare un’ombra di discredito sulla mia immagine. Ma in fondo non è affatto vero che non ho compassione per loro.
* per coloro i quali non avessero la fortuna di sapere cosa sono queste piantucole: il link cercatevelo da soli che io ora non ne ho voglia
Tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo ficcato la testa sotto la sabbia per non vedere che le cose a cui tenevamo stavano facendo una fine diversa da quella che avremmo voluto, da quella che ci aspettavamo.
L’abbiamo fatto per paura, per noncuranza, perfino per troppo amore.
Dopo, dire che comunque avevamo capito, è solo una pessima bugia per mettere a tacere il nostro senso di colpa.
Perché le cose belle non si sprecano, e bisogna avere il coraggio di tenersele strette, anche se a volte è molto più facile rinunciare, fuggire dalla propria vulnerabilità, negare i nostri sbagli facendo finta di non vederli.
Sarebbe importante capire che a volte ci sono delle cose per cui vale la pena combattere.
Il coraggio, ecco, forse questa è la vera virtù.
Ci sono quelli che si disperano e rimangono invischiati nelle loro lacrime.
Ci sono quelli che per i primi giorni è tutto un singhiozzare e tirare su col naso e fazzoletti e occhi rossi, poi magia, zac, finito, dolore scaricato, lutto elaborato.
Ci sono quelli che tacciono e rimangono da soli, non sorridono mai e dopo un po’ ritornano alla vita, rinfrancati e pronti per la prossima occasione.
Ci sono quelli che parlano, e parlano, e poi parlano ancora con chiunque gli capiti a tiro, finchè cambiare argomento diventa una questione di sopravvivenza. La propria, e quella di chi li ascolta.
Ci sono quelli che dicono mai più e quelli che iniziano subito a cercarne un’altra.
Ci sono quelli che diventano acidi e cattivi, e odiano chiunque cerchi di farli sorridere.
Ci sono quelli che diventano i profeti del “ti capisco, pure a me è successo ma è stato peggio, per esempio quella volta…”
Ci sono quelli che cambiano look e vanno dal parrucchiere.
Ci sono quelli che si fanno un piercing o un tatuaggio sulle spalle con scritto ti odio in caratteri gotici.
Ci sono quelli che non mangiano più e quelli che si ingozzano, ci sono quelli che bevono tutto il bevibile e quelli che fumano trenta sigarette al giorno.
Ci sono quelli che scopano, quelli che non dormono, quelli che non stanno mai fermi, quelli che il pigiama non glielo togli di dosso manco con la forza.
Ci sono quelli che pedinano, telefonano, mandano messaggi, ossessionano gli amici in comune.
Ci sono quelli che giuravano che a loro non sarebbe capitato mai, e si sentono come bambini indifesi quando è buio e perfino le ombre sembrano scricchiolare.
E poi ci sono quelli che ascoltano.
Quelli che vorrebbero solo un minuto per loro, un attimo di tregua, un momento di silenzio.
Quelli che giocano con fili d’erba selvaggia e testarda, guardano gli alberi carichi di frutti acerbi.
Quelli che ad un certo punto riescono a commuoversi solo pensando alla morte del loro cane.
In questa casa, se gli eventi continuano a precipitare a questo ritmo, finiremo per affogare in un mare di lacrime.
Per il momento cerco di evitare di dare il mio contributo, nella speranza che arrivino le scialuppe di salvataggio.
Che poi ci penso, e mi viene in mente che ho fatto tre anni di nuoto, io.
E comunque il mio cuore è troppo leggero per affondare.
Proverbio del giorno: non c’è limite al peggio (nonna materna)
Rassicurante, eh?
Buonanotte a chi ha un cuore grande e spera, e nella sua ricerca della meraviglia perduta trova la forza di sognare ancora
Buonanotte a chi scrive e non dice, ma immagina senza pensare troppo alle conseguenze, che tanto quelle verranno da sole
Buonanotte a chi ascolta parole incomprensibili mentre studia e tira l’alba pensando ai giorni che verranno
Buonanotte a chi rimane in silenzio e fuma un’altra sigaretta e si difende e attacca senza tregua mentre le sue ferite sanguinano ancora
Buonanotte a chi passeggia nella notte sentendo il peso del mondo sulle sue spalle e asciugando lacrime non sue
Buonanotte ad una donna fiera e stanca, rimasta sola nella casa vuota ad aspettare qualcuno che non tornerà
Buonanotte a chi invece è tornato e ha lasciato sul letto una valigia ancora da disfare
Buonanotte a chi rende musica le sue parole
Buonanotte a chi non ha la forza
Buonanotte a chi guarda le stelle e le conosce una per una, ma non ha il coraggio di chiamarle per nome
Buonanotte a chi ama in silenzio, e anche a chi il suo amore sa gridarlo
Buonanotte a chi fatica per una vita migliore e cammina stanco senza più chiedersi perché
Buonanotte a chi si addormenta stringendo il cuscino e
Buonanotte a chi ha voglia di svegliarsi e trovarsi a vivere un giorno diverso
Buonanotte a chi c’è ma non c’è
“ero sospeso nell’aria non avevo senso aspettavo che la luce del sole finisse tutta l’energia che dentro di me fino a quel pomeriggio si era accumulata come un giocattolo di una famiglia che non ce la fa a essere uguale agli altri alla fine si capisce che non serve e tutti distolgono l’attenzione, riprendono la processione”
Come se non bastassero tutte le magagne che ho già da risolvere.
Come se non bastasse la terribile conferma del fatto che la copertura al cioccolato del Magnum non è più quella di una volta.
Come se non bastasse il taglio profondissimo che mi sono fatta oggi in tipografia con una risma ci carta.
Come se non bastasse la muta del pelo del mio cane che mi sta facendo impazzire.
Come se non bastasse la sindrome premestruale in agguato.
Come se non bastasse l'aver rinunciato ad un *meraviglioso* week end milanese.
Adesso devo pure trovare qualcuno che venga a vivere con me.
Qualcuno* ha mica bisogno di una stanza in un prestigiosissimo appartamento, ampia metratura, doppio giardino e doppi servizi, dotato di tre inquiline meravigliose e un fantastico cane?
*Astenersi non fumatori e gente eccessivamente tranquilla e pacifica. Lo dico per voi, eh?
E' tutto il giorno che ci penso incessantemente.
Il fatto è che io non mi ricordo più.
Poi a fine giornata, seduta sul bordo della vasca ancora gocciolante, mi viene in mente una cosa che ho letto anni fa, in un libro che per il resto mi ha solo infastidito.
Mi è piaciuta, forse mi può aiutare.
La cerco, la trovo*, la posto.
come ci si innamora? Si casca? Si inciampa, si perde l'equilibrio e si cade sul marciapiedi, sbucciandosi un ginocchio, sbucciandosi il cuore? Ci si schianta per terra, sui sassi? O è come rimanere sospesi oltre l'orlo di un precipizio, per sempre?
So che ti amo quando ti vedo, lo so quando ho voglia di vederti. Non un muscolo si è mosso. Nessuna brezza agita le foglie. L'aria è ferma. Ho cominciato ad amarti senza fare un solo passo. Senza neanche un battito di ciglia. Non so neppure quando è successo.
Sto bruciando. E' troppo banale per te? No, e lo sai. Vedrai. E' quello che capita, è quello che importa. Sto bruciando.
Non mangio più, mi dimentico di mangiare, mi sembra una cosa sciocca, che non c'entra. Se ci bado. Ma non bado a niente. I miei pensieri straripano furiosi, una casa piena di fratelli, legati dal sangue, che si dilaniano in una faida:
"mi sto innamorando"
"tipica scelta stupida"
"eppure…l'amore mi tormenta come fosse dolore"
"si, continua così, manda a puttane la tua vita. E' tutto sbagliato e lo sai. Svegliati. Guarda le cose in faccia"
"c'è una faccia sola, l'unica che vedo, quando dormo e quando non dormo".
Stanotte ho buttato il libro dalla finestra. Ho provato a dimenticare. Tu non vai bene per me, lo so, ma quello che penso non mi interessa più, a meno che non pensi a te. Quando sono accanto a te, sento i tuoi capelli che mi sfiorano la guancia anche se non è vero. Qualche volta guardo altrove. Poi ti guardo di nuovo.
Quando mi allaccio le scarpe, quando sbuccio un'arancia, quando guido la macchina, quando vado a dormire ogni notte senza di te, io resto,
come sempre,
Montone"
Tra due esseri umani tra i quali intercorre un legame di sangue è possibile una comunicazione non verbale molto più efficace di quella che, si, perché no, può avvenire tra due persone semplicemente affini.
Parole prive della consistenza del suono possono riecheggiare talmente a lungo da far gelare il sangue che però ostinato continua a scorrere nelle vene, mentre le gambe si paralizzano e cominciano ad essere percorse da un formicolio fastidioso e petulante che ti dice "e no bella mia, tuo malgrado sei ancora viva".
E' singolare come il cervello riesca a registrare dettagli anche contro la tua volontà, e sia capace di farti compiere dei gesti automatici. Nell'ordine: annuire, sorridere, pronunciare frasi come "no, ma è buono eh" oppure "altro vino per favore, grazie", bicchiere, fondo, sigaretta.
L'unica cosa che può alleviare il tormento, distogliere la tua attenzione da elucubrazioni che riguardano il perché, a volte, si riescano a vedere le cose che succedono agli altri come se non fossero vere mentre quando tocca a te è tutto troppo lucido e reale, è una conversazione distratta con l'amico moderno.
Interno di un locale tamar-chic, al tavolo una decina di volti amici più una di quelle persone che saranno anni che la vedi ma non ti ricordi mai chi è. Tendi a rimuovere, ecco.
Mentre la signorina in questione si ostina a fornire opinioni inutili e non richieste su ogni argomento venga anche solo sfiorato, tra te e lui avviene questo scambio di battute:
io: oh, ma che fa quella nella vita, che non mi ricordo mai?
lui: la racchia
io: sei il solito maligno, e comunque mi sembra piuttosto evidente. E poi?
lui: boh, a quanto ne so si è laureata da poco
io: ma scusa, quanti anni ha?
lui: l'età nostra
io: mi pare mia nonna
lui: se glielo dicessi, tua nonna se la prenderebbe a male
(grasse risate)
lui: e poi hai visto che ha due cellulari identici sul tavolo? mò gli vado vicino e gli dico "a fata, ma chi te deve chiamà"
In vista della rutilante e sorprendente serata, che prevede un simpatico incontro con mio padre e la sua nuova futura consorte, ritengo necessario divulgare un comunicato che metta in allarme gli sfortunati innocenti che potrebbero trovarsi a passare vicino al mio raggio d’azione.
La modalità momentaneamente attivata è “fanculo a me e chi mi segue”.
Scusandomi per il disagio, inizio a chiedere perdono a profusione, così, per portarmi avanti col lavoro.
E poi capita che una mattina ti svegli e ricordi.
Trovi accanto a te sogni ancora caldi, come se avessi appena finito di usarli.
Di quelli che il protagonista sei tu, e ti guardi da fuori pensando l'opposto di quello che fai.
Sogni inconsistenti, finti, dallo spessore talmente sottile che potevi misurarlo.
Due centimetri e mezzo, se non ricordi male.
Sogni di cartone.
Poi, la vita, è un'altra cosa.
Io, a guardare le finestre, ci passerei le ore.
Quando è sera e diventano rettangoli luminosi col buio intorno, e quando è giorno e i vetri riflettono la luce esterna.
Mi piace immaginare cosa succede, lì dietro. Che mondi vivono dietro una finestra illuminata.
E forse quando inizi a decidere che cosa stanno facendo le ombre, forse è lì che capisci che cosa vorresti per te. Per quale motivo vorresti muoverti, se fossi tu quell’ombra affaccendata.
Io non scrivo particolarmente bene.
Scrivo correttamente.
Se non posso farlo non scrivo niente,
che per concepire queste poche e insignificanti righe
senza apostrofi, accenti e varie ed eventuali
ho impiegato quasi sessanta minuti del mio
inutile e mal gestito tempo.
Troppa fatica, potrei avere una ricaduta.
Tossisco l’anima.
Ad un certo punto mi è venuta in mente questa frase, stanotte, insieme alla considerazione che dovrei cercare di fumare di meno, almeno questi giorni. Escludendo la sigaretta che ho in mano adesso, chiaro.
Tossisco l’anima, e sarebbe bello poterlo fare a comando, ogni tanto, e decidere quale pezzetto sputare nel cesso per poi tirare l’acqua.
Alle quattro ho acceso la luce e mi sono sistemata i cuscini dietro la schiena, e dopo un po’ che mi guardavo intorno ho acceso la tv.
Su un’emittente locale davano un film porno, ma di quelli censurati, dove non si vedeva un granchè.
A me divertono, i film porno, mi intriga vedere come le scopate vengono giustificate dalla sceneggiatura, e mi viene sempre in mente quella barzelletta che non mi ricordo come inizia ma alla fine dice “troppa trama”.
Però stanotte mi sono concentrata sulle facce, e mi sono chiesta se anche noi abbiamo quelle facce lì mentre ci congiungiamo carnalmente con i nostri partner occasionali e non.
Non sono un granchè belle quelle espressioni, non mi piacciono perché sono troppo concentrate e serie, i volti si deformano un po’ e i lineamenti si induriscono.
Invece in quei momenti è bello sorridere, che se non sorridi quando ti diverti trovami un altro momento in cui puoi farlo.
Ma forse è sempre un problema di sceneggiatura, che nei film porno ci si accoppia troppo facilmente e invece nella vita reale un po’ di fatica bisogna farla, investire tempo, trovare le cose giuste da dire, creare le situazioni adatte.
E quando ce l’hai fatta e ti trovi lì ci credo che sorridi.
Se il mio cane non si fosse cibato del termometro adesso potrei sapere quanta febbre ho.
Giusto così, per curiosità, tanto non cambierebbe nulla.
Mi rode sprecare una giornata stando chiusa dentro casa.
Ho i brividi, la tosse, il naso rosso e costantemente colante, la voce bassa e roca.
Non riesco a stare lontana dalle sigarette, sono capricciosa, voglio il gelato.
Oggi mi sento veramente una chiavica.
Sabato mattina io e le ragazze abbiamo avuto la brillante idea di ripulire il giardino piccolo dalla vegetazione molesta sviluppatasi durante l’inverno, anche perché gli anarchici arbusti avevano raggiunto ormai un’altezza preoccupante.
Risultato: semiparalisi alle gambe.
Sabato sera ho avuto la seconda intuizione geniale della giornata: vestirmi come se dovessi andare a rinchiudermi in un locale dalla temperatura tropicale nonostante il programma prevedesse una nottata all’aperto.
Risultato: mi sono beccata in pieno il raffreddore più potente degli ultimi due anni.
Stamattina, stoicamente, ho comunque scelto di affrontare l’inizio dell’apprendistato in tipografia, ma il risultato di questa decisione anche questa volta è stato molto diverso dalle mie aspettative.
1) Durante il viaggio in metropolitana ho rischiato uno svenimento e, visto che la prospettiva di collassare in un tunnel sotterraneo non mi sembrava particolarmente felice, mi sono aggrappata ai corrimano e ho resistito con enorme sforzo, giungendo così illesa al capolinea.
2) Dopo aver affrontato il successivo step, consistente in un viaggio in un autobus chiaramente sovraffollato, sono stata scaricata dall’autista nei pressi della meta. Intorno a me campi sterminati e fabbrichette apparentemente desolate, e da un momento all’altro mi aspetto di veder rotolare balle di fieno spinte dal vento.
3) Con sollievo posso constatare che la via imboccata è quella giusta e mi incammino lungo il sentiero: ogni passo è sottolineato da un dolore lancinante, e per provocare meno danni possibili cerco di evitare di piegare le ginocchia; il naso cola incessantemente; la tosse non mi dà tregua; gli occhi lacrimano. Tutto ciò rende ancora più pericolosa la già piacevole passeggiata sul bordo di una strada frequentata esclusivamente da tir giganti e poco inclini al rispetto del pedone-che-ha-sempre-ragione (frase che ripeto come un mantra per darmi coraggio).
4) Al mio arrivo in tipografia scopro che la mia prima giornata la passerò fianco a fianco con il responsabile della produzione, uomo molto amichevole e nel quale ho suscitato immediatamente grande simpatia. E’ sicuramente per farmi sentire ben accetta, infatti, che ha cercato di ravanare ininterrottamente tutta la superficie del mio corpo.
5) Prima di cedere all’istinto, provocandogli danni permanenti agli organi riproduttivi, cedo: i brividi aumentano anche se la temperatura esterna è più che accettabile, ho quasi finito i fazzolettini e non ho nulla da mangiare. Il mio primo giorno in tipografia è finito.
Hai vissuto una notte delicata,
e credevi di aver infranto la sua pelle
per guardare stelle illuminate da una luce morbida, soffusa.
La sincerità serve anche ad ucciderla, una notte così.