Ammazza quanto sono pallosa in questo periodo.
Scorro in lungo e in largo, provo a rileggere.
Amore, amore, amore.
Qualche ricordo di mezzo, qualche amenità qua e là.
Due palle.
Il fatto è che, ad essere sincera, penso che sia arrivato il momento dell’amore.
Mi voglio innamorare, voglio fare quel gesto che mi piace tanto.
Reclinare la testa per guardare qualcuno negli occhi e sorridergli tenendogli le braccia strette al collo.
Ma su questo non ho potere.
Però penso anche che sia arrivato il momento di diventare un po’ tettona.
Un sentito grazie all’inventore del push-up
(questo template non si riempirà di gattini e cuoricini e simpatici animaletti che fanno ciao ciao, non vi preoccupate, anche perché non riesco nemmeno a modificare il colore dei link qui a fianco. prima o poi mi passa, questa è una promessa)
Sono le due di notte, dovrei andare a dormire e invece rincorro parole.
Io amo scrivere ad una persona che mi piace, che mi piace parecchio, che sento che potrebbe essere.
E mi piace in particolare concludere la lettera, o la mail o il messaggio o quello che è, in un modo.
Ti bacio.
Vorrei scriverlo, stasera.
Ti bacio,
io.
Ricordi dell'infanzia passata a giocare nella grande casa in campagna, a costruire paesini di fango, il vulcano da cui usciva il fumo vero e allevare micetti e uccidere uccellini senza pietà per fargli sontuosi funerali.
Ricordi di risse mostruose senza esclusione di colpi, danni irreparabili inferti a cose e persone ripagati a suon di schiaffoni, finestre verdi chiuse durante i temporali e il lettone che diventa la zattera e noi i naufraghi a stringerci e pizzicarci e raccontarci storie di paura, nervosi ed elettrizzati.
Ricordo dei miei interminabili pomeriggi passati a tavola a finire di mangiare mentre gli altri giocavano, la mia sofferenza e i pianti disperati, l'arrivo dell'omino col carretto dei gelati (cinquecento lire cono con doppia panna), cose semplici che sembravano un lusso, la pizza sulla spiaggia che io un sapore così non l'ho mai più sentito, e i viaggi verso il mare sulla Diane gialla col tettuccio aperto, una vera festa, tutti sudati e bagnati con l'asciugamano di spugna appiccicato sotto il sedere e sabbia dappertutto a urlare le canzoni di Battisti, le bocche sdentate e i capelli morbidi e sottili dei bambini.
Ricordi di ginocchia sbucciate e i sette punti sotto il mento, nascondino e palla avvelenata, i mercatini dell'usato, le pesche gialle, le patate arrosto, la piccola piscina in cui fare i tuffi a bomba sbattendo le ginocchia sul fondo, le corse in bicicletta, i tramonti sulla Rocca delle feste medievali, i fuochi d'artificio colorati con i tre rintocchi finali.
Ricordi di una famiglia grande e unita, le notti d'estate passate sotto la quercia a raccontare storie, noi piccoli messi da parte quando si parlava di cose proibite e la curiosità di sapere, di capire le risate fragorose profumate di vino bianco e grappa e liquore, le zanzare le falene e le lucciole.
La luce soffusa è quella delle candele alla mela verde, a un certo punto io ricevo una telefonata che annuncia uno scontro, un altro, l'ennesimo.
Torno, mi siedo di nuovo al tavolo e ricomincio daccapo. Sorrido e sono triste, ma ho deciso.
Per una sera voglio fingere che nulla sia cambiato.
Un'attenta osservazione della fauna maschile presente ieri nella bolgia infernale dove ho passato la serata, e varie considerazioni sulla mia vita sentimentale dopo i primi sei mesi dell'anno corrente mi hanno portato ad una profonda riflessione su ciò che vorrei da un uomo se avessi davvero voglia di intraprendere una relazione che superi la durata di due settimane (anche tre o quattro se il soggetto in questione è lontano più di duecento chilometri da qui).
Ho perciò stilato le prime dieci regole fondamentali* che un uomo dovrebbe sempre rispettare:
1) niente bugie, niente stronzate, niente ovvietà. voglio la verità, sempre e comunque
2) va benissimo fare sesso al primo appuntamento, basta che me la chiedi con grazia
3) poche paranoie. amiamoci senza tanti problemi, senza passato e senza futuro
4) passi per le virtù, ma i vizi sono fondamentali. perlomeno avremo sempre qualcosa da condividere
5) non ballare. l'uomo ballerino mi spegne. se proprio ti senti posseduto dal sacro fuoco della danza, quando lo fai assumi un'espressione sofferente e limita il più possibile i movimenti
6) evita di vestire di bianco, niente borsello, niente ciabattine (a meno che non stiamo in spiaggia) e un secco no al mocassino triste
7) non stringere la forchetta tra i denti quando mangi e non metterti le dita nel naso in mia presenza
8) sii galante, i piccoli gesti fanno sempre la differenza
9) sforzati di capire la mia ironia, anche facendo finta: non rispondere "eh?" a tutte le mie battute
10) fammi sentire desiderata (sono graditi piccoli attacchi di gelosia, anche immotivati) e protetta: dimostra di essere un vero maschio, ad esempio cambiando le lampadine più in alto che non c'arrivo o portando due buste della spesa tu e una io
*la lista è del tutto provvisoria e può essere soggetta a variazioni o ampliamenti. la direzione si riserva il diritto di modificare le regole senza necessità di preavviso. aut.min.rich.2706/04
Fiesta è il solito casino, un calderone pieno di ingredienti senza soluzione di continuità che ribolle incessantemente, una specie di accrocco artigianale e scintillante popolato da un fottio di gente di tutte le età e di parecchie nazionalità.
Dopo aver assistito ad un concerto catartico aspettando inutilmente di nuotare nell’aria, ci dirigiamo prontamente verso lo stand di radio rock sperando di fuggire da salse e mambi e rumbe e robe latine non meglio identificate. Ci accolgono le note di una Raffaella Carrà d’annata e capiamo immediatamente come butta. Male, ovviamente.
Dopo aver ascoltato allibiti i remix di – nell’ordine – Aba Chiara, Ma il cielo è sempre più blu e, udite udite, quel capolavoro di Grignani in cui dice che deve rasare l’aiuola di qualche malcapitata, decidiamo che l’attività più soddisfacente della serata è osservare il bestiario presente mentre di dimena forsennatamente. Mi dolgo di non aver portato con me sgabellino e frusta. Sarei stata una domatrice perfetta, stasera, e avrei avuto di sicuro le mie belle soddisfazioni.
Alla fine però il demone della danza riesce a possedere anche noi: complici quattro caraffe di mojito scolate a tempo di record, io e le ragazze ci gettiamo in pista e iniziamo a produrci in una serie di coreografie che avevamo sempre sognato di eseguire in pubblico senza aver mai avuto il coraggio di farlo.
Le risate si sprecano soprattutto quando la sottoscritta viene coinvolta in una danza sensualissima da un uomo che potrebbe avere l’età di mio padre (che comunque se li porta meglio). Gli uomini vengono a recuperarci quando ormai sembra tutto perduto e siamo circondate da una discreta quantità di maschi accalorati dal movimento pelvico e dagli sculettamenti esagerati.
Evviva l'estate romana.
E domani per fortuna si dorme.
Alla radio passano i Dire Straits, che mi mettono sempre di buon umore.
Solo che lo speaker parla già del primo esodo dei vacanzieri precoci in bermuda e infradito.
Fanculo, io vado a prendere il sole in giardino.
E stasera birra ghiacciata, cibo piccante e Marlene Kuntz
accarezzo leggera le mie spalle e respiro l’odore della pelle, è dolce e sa di buono e i sensi si aprono
ascolto il silenzio e mi sento piena, inizio a guardare e vedo
vedo una vita rotonda, che mi avvolge materna e spietata
vedo me stessa nelle cose che mi circondano
e mi ritrovo in ogni singolo dettaglio
vedo le mie gambe forti
gambe da camminatrice
vedo i miei occhi grandi che ancora a volte mi fanno paura
vedo i fiori blu e le candele accese
un fuoco che arde capriccioso e testardo
il mio sorriso aperto e luminoso
gli occhi del cane che mi guarda e capisce
la voglia di essere
vivere e prendere a morsi e afferrare
riuscire ad arrivarci, al centro delle cose
superare confini e ritrovarsi in alto a guardare lontano
ancora una volta, che non sia mai l’ultima
accarezzare fili d’erba mentre il vento soffia gentile sulla schiena scoperta
la stanchezza che mi pervade
come una nebbia che si posa, ricopre e nasconde
la noia e l’apatia e il senso di sconfitta
acqua tiepida e onde voluttuose
fantasmi che aspettano dietro la porta chiusa
la passione indomita nelle mie guance arrossate
la rabbia e la lotta
mani sottili che stringono forte
risate gorgoglianti e sfrontate
sono una cinciallegra
e la mia anima è bella e sottile come un giunco
Succede che tu fai un gesto e io ricordo
(nell’aria ferma si apre una voragine dove lo spazio e il tempo non contano più e in cui mi lascio cadere senza quasi accorgermene, che i ricordi sono bastardi, e non fai in tempo a dire un’altra volta che sono spariti che improvvisamente riaffiorano, emergono dallo strato di fango e fiori e alghe avviluppanti che ci si era formato sopra e che credevi non ora, non più, si sarebbe mosso. un gesto, la tua mano si tende e afferra la mia e la bocca si posa lieve sul palmo stringendo il polso con le cinque dita ferme, una morsa gentile, un bacio leggero che fa male come se stessi addentando la mia carne, e per un attimo sento il bisogno di lasciarmi trattenere, ancora un po’, di lasciare che tu mi faccia del male, ancora una volta. e quel che viene fuori, è strano e inaspettato, sono i giorni nel paese sul mare, i giorni in cui ci lasciavamo alle spalle la grande città che sembrava essere diventata troppo piccola, e io adesso penso che è quasi come se dovessimo fuggire per andare incontro, un po’ più veloci andare incontro al futuro che volevamo per noi, e le notti sul molo col freddo pungente e l’odore buono del mare, le passeggiate sulla spiaggia col vento e la salsedine che rimaneva appiccicata addosso, il primo bagno fuori stagione e ballare scalzi sul tetto della grande casa, il cancello della villa abbandonata scavalcato mille volte, i muri gialli su cui far scorrere le mani, le travi misurate con lo sguardo, le foto per tenere a mente come arredare stanze enormi e umide, il crepuscolo colorato d’azzurro e arancione, nuvole rosa che corrono troppo veloci per fermarle con lo sguardo, il furgone bianco che schiva una pozzanghera e finisce dritto nell’altra mentre ridiamo, il vino frizzante bevuto alla bottiglia sul monte d’argento con il bagagliaio aperto e le gambe che penzolano nel vuoto, tu che suoni e ti giri mentre io ti guardo e sorrido, i film visti tutti a metà, le ombre che giocano sul muro e le tende che si muovono piano, occhi puntati negli occhi dell’altro, uno dentro l’altro ad annullare confini e la distanza è sempre troppa, un una frase sussurrata all’unisono, sei tu, amore mio, sei tu)
Succede che fai un gesto e io ricordo
e in una notte di giugno,
ora come allora,
in una notte d’estate
i miei occhi si aprono
e io ti amo ancora un pò
Una serata d’inizio estate in cui spero in un paio di gol che non arrivano, gioisco per uno che serve giusto a illudersi un po’, e mi arrabbio per l’ultimo che ormai è troppo tardi, e i nostri giocatori saranno dei bambini viziati ma vedere il sorriso di un ragazzo che si spegne all’improvviso mi ha commossa un po’. E poi dicono che non ho il cuore tenero.
Durante tutti i novanta minuti più intervallo più dopo partita, subisco la corte serrata da parte di uno degli ospiti. E’ il Collega Carino?
Certo che no. E’ il suo amico, che alla fine mi ha pure chiesto il numero di telefono e ora mi manda una quantità imbarazzante di messaggi.
Sono una donna fortunata
A me mica mi riesce bene di dire
quanto sono contenta di esserci stata.
Ci provo, eh, ma le parole
mi sembrano inadeguate,
e descrivere le emozioni che ho provato
in quel meraviglioso giardino
mi imbarazza pure un po’.
Adesso sono felice, ecco.
Penso che possa bastare.
Stasera a cena è venuto di nuovo il Collega Carino di una delle conviventi.
Fa sempre piacere tornare stanche morte e trovare a casa il Collega Carino, anche perchè è pure molto simpatico, cucina bene e sembra addirittura intelligente.
Complice lo sputazzo a sfregio di Totti che è il discorso principe della giornata, io ho buttato lì una frasetta innocente, ovviamente con voce lamentosa e petulante che mica si è donna per niente.
“oh, ma se sto fine settimana andate via tutti, io venerdì la partita con chi la vedo?”
La risposta non si è fatta attendere.
“se ti va vengo io”
eh.
direi che si può fare
Dopo una giornata infernale, sulla strada del ritorno decido di chiamare mia madre per farmi consolare dall’abbattimento momentaneo dovuto a stanchezza, fame e varie ed eventuali.
In realtà durante la giornata mi è venuto in mente un interessantissimo quesito da sottoporle.
Io non mi spiego perché lei e mio padre si siano ostinati a far sì che io mi costruissi una cultura. Perché mi hanno dato modo di rendermi indipendente?
Secondo me facevano meglio a mettermi sul mercato e darmi in sposa al miglior offerente. Mi sa che una volta usava così: o moglie o in convento.
Ecco, la seconda ipotesi la scarterei. La prima, confesso che sta iniziando ad attirarmi parecchio.
Mi sa che è ora di mettersi seriamente sul mercato.
Cercasi marito ricco che mi tiri fuori da una vita fatta solo di lavoro e di stenti.
Le elezioni sono andate schifosamente male, almeno dal mio punto di vista.
Aspetto con terrore il momento in cui il Beneamato deciderà di riemergere dal bunker per sfoderare una delle sue solite frasi trionfalistiche, facendosi beffe dell’inculata che ha preso. Sempre troppo poco, comunque.
Sabato, prima di andare al concerto, ho guardato in religioso silenzio l’apertura degli Europei, e per muovermi di casa ho aspettato che finisse la partita.
Quella della Spagna l’ho guardata in replica la notte, e domenica sera è toccato a Francia - Inghilterra.
Per oggi era tutto pronto: il televisore gigante piazzato in giardino, litri di birra e quintali di patatine, tutti gli amici riuniti.
Alle cinque faccio per uscire dallo studio, dopo aver dato il preavviso giovedì scorso, tanto per mettere le cose in chiaro.
Una mano sulla spalla mi blocca.
Riunione d’importanza vitale.
Fino alle otto.
Torno a casa che la partita è finita da mezz’ora e sono tutti ubriachi, ma riescono comunque ad articolare un concetto fondamentale.
Partita di merda.
Avanti così.
io ballo da sola
La musica mi gira ancora in testa, melodie conosciute nel minimo dettaglio non mi abbandonano.
Le luci, le immagini sul video, il suono della sua voce, i brividi che mi attraversavano la schiena all’inizio di ogni canzone. Urlare parole che conosco a memoria e che mi ricordano quanto io mi senta forte.
Ma soprattutto scavalcare una transenna senza troppa fatica per ritrovarsi nella tribuna vip semi deserta e avere tutto lo spazio del mondo per cantare e ballare e sorridere e farmi venire le lacrime agli occhi. Questa si che è stata un’idea geniale.
Questo post è un tributo ai Muse e a me stessa. Dopo aver sdoganato la tristezza dell’idea di andare ad un concerto da sola, trovo che siano rimaste poche cose che io non mi senta in grado di affrontare nella più totale indipendenza.
E adesso bando ai sentimentalismi, ecco un aneddoto divertente.
Sul primo autobus per tornare a casa, mi avvicino al conducente anzianotto per chiedergli di indicarmi la fermata alla quale scendere:
“scusi, mi può avvisare quando arriviamo a *******? Non sono pratica della zona”
”vabbè”
“…”
“scusa, ma stai da sola?”
“si”
“te posso chiede ndò sei stata?”
“a un concerto”
“da sola?”
“si”
“te vai ai concerti da sola, prendi gli autobus da sola…complimenti per il coraggio”
”eh, grazie”
“si eri mi fija da mò che t’avevo dato dù cazzotti in bocca”
(risata irrefrenabile)
“nun ride. tù madre lo sa che stai qui?”
“si che lo sa. ma io sono grande e posso fare come mi pare”
“che c’hai, diciott’anni?”
“un po’ di più. ventisei”
“ammazza, nun te ce facevo. comunque nun devi prende i notturni da sola”
“perché?”
“perché è mezzanottemmezza!”
“vabbè, io al lupo mannaro non c’ho mai creduto”
“certo che sei sveglia te. oh, semo arivati. me raccomando, và dritta a casa e nun dà retta ai cattivi ragazzi. scegline uno bravo, che per te ce ne vole uno proprio speciale”
Schioccare un bacio sul vetro divisorio era il minimo che potessi fare per ringraziarlo.
E comunque ho deciso che d’ora in poi non aspetterò più il principe azzurro sul cavallo bianco, ma un uomo che sia capace di sussurrarmi all’orecchio
You'll make I want to die
I'd cut your name in my heart
I'll destroy this world for you
I know you want me to
Feel your pain
A casa da sola, la radio accesa, i capelli raccolti a coda di cavallo che mi piace tanto.
Devo fare il cambio di stagione e questo significa mettere le mani in quell’inferno che sono i cassetti e l’armadio.
Devo pulire un po’, riordinare la cucina, comprare tre pacchetti di sigarette e una bottiglia d’acqua per stasera.
Devo mettermi al sole per cercare di perdere questo colorito che mi fa somigliare a un cadavere che non riesce a dormire neanche nel silenzio della cripta.
Sono un po’ triste, e il pensiero di andare al concerto da sola mi scazza, lo ammetto.
Gira male oggi, e non ci sarà neanche la consolazione del voto di protesta.
Stasera ho ricevuto un suo messaggio sul cellulare.
Lui mi ha scritto poche righe ma sentite, e io che non me l’aspettavo proprio mi sono un pò commossa.
Si è mantenuto sul vago, si, magari non voleva prendersi la responsabilità di questo gesto. Ma anche questo fa parte del suo carattere, e io lo so bene.
Ci penso e ci ripenso, evidentemente mi conosce molto meglio di quanto io possa credere, percepisce i miei stati d’animo e prevede le mie mosse.
E’ per questo, ne sono sicura, che ha deciso di ricordarmi una cosa importante:
“Elezioni 2004. Si vota sabato 12 dalle 15 alle 22 e domenica 13 dalle 7 alle 22. Necessari documento e tessera elettorale"
Firmato: la presidenza del Consiglio dei Ministri
Per ringraziare il nostro Beneamato (che Dio l’abbia in gloria, al più presto sarebbe meglio), consiglio caldamente a tutti coloro che capitassero qui di fare un giretto da queste parti.
So che molti di voi apprezzeranno e si faranno portatori della lieta novella
Capitano quei giorni che stai incazzata col mondo, ed è proprio una questione personale tra te e lui. E tutti coloro che si trovano accidentalmente sul tuo percorso, ovviamente. Il fatto è, molto semplicemente, che io mi sono un po’ rotta i coglioni.
Un po’ molto, a dirla tutta.
Ore 01:30 circa, la giornata si chiude con le confessioni della coinquilina in amore. Amore falso, tu pensi, uno di quegli amori che ti va che ci siano in un determinato momento della tua vita e allora li fai succedere per forza, e te li vuoi vivere a tutti i costi fottendotene del fatto che, probabilmente, non c’è nulla di reale. Nessuna base concreta, insomma, soprattutto da parte dell’oggetto di questa devozione, che nove volte su dieci ti sfancula provocandoti crisi mistiche. Che poi sfogherai su di me.
Ore 08:30, la giornata si apre con i lamenti della coinquilina abbandonata, che si ostina a fare finta che del fedifrago non gliene importi una mazza e poi invece fa di tutto per vederlo un’altra volta ancora, l’ultima lo giuro, ma gli devo dire una cosa importante che sennò lui pensa che io sto qui a soffrire e non mi va. E poi c’hai pure il coraggio di lamentarti se quello ci provicchia blandamente, che si sa che tutti abbiamo voglia del piacere sadico che dà l’esercitare il nostro magnetico fascino sulla vittima del nostro disinnamoramento, e se c’hai veramente i coglioni solo il silenzio è la risposta. Sparire, la vera cura. E vai a botte d’orgoglio, te lo dice una scema.
Ore 09:30 inizia la mia pausa rinfrancante. Il lavoro. Cioè, l’agenzia potrebbe anche essere la mia oasi di riposo mentale, se non fosse che anche lì sono stata eletta confidente speciale di tutte le donne presenti. Sono undici, me esclusa. E allora è tutto un racconto di trombatine insoddisfacenti, amplessi mancati, sesso piacevole ma senza sentimento, routine ammorbanti e piacevoli colpi di fulmine vissuti col pessimismo più sfrenato.
Ore 18:00, mentre sgambetto per portare a termine commissioni dell’ultima ora mi telefona l’ex collega. Dopo tre anni si è lasciata con l’uomo, contro il quale smadonnava per otto ore consecutive quando avevo la fortuna di dividere con lei la stanza in redazione. Ma adesso soffre, la poveretta. Telefonata fiume della durata di quarantacinque minuti netti, durante la quale io proferisco esclusivamente fonemi utili esclusivamente ad attestare la mia presenza dall’altra parte del filo: eh, ah-ah, mmmm, noooo, si si, ehhhhhhh, no!, uh. Per completezza d’informazione, ho pronunciato anche le seguenti parole: si, grazie, ciao, bacio.
Ore 20:00 torno a casa. Mi aspettano tutte al varco, ognuna con gli insormontabili turbamenti d’animo dei quali mettermi al corrente, ma io a sto giro glisso e vado a fare la passeggiata al parco. Mi accorgo così che è finalmente iniziata la bella stagione. No, non è per gli uccellini che cinguettano e mettono allegria. E neanche per quella luce deliziosa del crepuscolo che ti fa pensare che la giornata non è ancora finita. In realtà ciò che mi induce alla riflessione è la visione di frotte di uomini in desabillè impegnati nell’amabile arte della maratona nelle verdi lande metropolitane. Che poi sono tutti un po’ in soprappeso, sennò non si dannerebbero così, e a me l’uomo panzuto mi fa sesso, è inutile. Quando mi rendo conto di aver fissato con cupidigia il mio sguardo sull’Uomo col Fischietto (un pensionato riciclato come guardiano del parco), mi rendo conto che è ora di tornare a casa.
A questo punto non mi rimane altro che un dialogo con me stessa.
“oh, reme, ma tu come stai?”
“ma che bello che qualcuno finalmente me lo chieda!”
“mi pare il minimo cara”
“sei gentile, grazie”
“figurati, tra di noi..”
“io non sto un granchè, ad essere sincera. Per esempio ho pensato che…”
“oh, scusa, mi chiamano di là in cucina. Mi sa che lo stronzo ha telefonato di nuovo, vado a sentire come sta l’abbandonata”
“ma vaffanculovà”
A me piacciono le persone che usano un linguaggio chiaro e deciso.
Che non girano intorno alle cose, non fanno lunghi preamboli e non si perdono in inutili teorizzazioni.
Mi viene in mente l’ex anima gemella, che un giorno di maggio mi disse “io e te forse non staremo mai insieme. Ma se lo facessimo, al novantanovevirgolanovantanove per cento staremmo benissimo”. La sera dopo aveva già lasciato la sua ragazza, e per due anni e mezzo ci siamo vissuti la nostra percentuale quasi perfetta. Nonostante quello zerovirgolauno (mai sottovalutare le percentuali, anche quelle che sembrano insignificanti) ne è valsa la pena, e ripensando alle sue parole capisco che sono state loro a farmi decidere.
Se dovessi aver voglia di una cosa, devo ricordarmi di farlo presente.
Chissà che non valga anche per me la regola del chiedi e ti sarà dato.
Torno in macchina dalla stazione, sta ricominciando a piovere e io ho voglia di farmi un giro più lungo. Pensare mentre guido è una delle cose che mi riescono meglio, come se riuscissi a percepire il flusso delle cose che mi passano per la testa mentre una parte del mio cervello è attenta e concentrata sulla strada. Freno, frizione, cambio di marcia.
Questi due giorni sono volati via come i minuscoli petali di un soffione quando viene sfiorato da un alito di vento. Volti finora sconosciuti dei quali però sapevi di conoscere già l’intensità del sorriso e la profondità dello sguardo. Persone che il tempo e le mille parole lette quotidianamente ti avevano insegnato a conoscere, ma anche recenti scoperte che si rivelano splendide realtà.
La pioggia, il traffico, il poco tempo a disposizione non hanno rovinato neanche un singolo dettaglio di quello che è stato.
Adesso mi sento malinconica come al ritorno da una vacanza, piena di tenerezza e affetto, riconoscente per aver avuto la possibilità di incontrare persone speciali, così diverse, gioiose, aperte alla vita e alle sue contraddizioni.
Il mio sorriso è dedicato a LadyK, Alja e Ca, splendide compagne di due giornate piovose, stancanti, allegre e serene.*
*questo post potrebbe sembrare eccessivamente triste e nostalgico. Per evitare di trarre in inganno il lettore, cito un episodio che avevo giurato di trascrivere (minacciando di denunciare per plagio le mie compagne se si fossero permesse di riportarne il contenuto nei loro blog).
Luogo: negozio costosissimo e fru fru
La sottoscritta ha deciso di acquistare un completo canottiera-mutanda bambinesco e chiede al commesso delucidazioni in merito alla taglia, incorrendo in evidenti difficoltà d’espressione dovute alla prolungata visione di materiale appetibilissimo e decisamente fuori portata.
io: (dislessica) scusa, ma questo è da donna? Cioè, da femmina?
commesso: (perplesso) si..da donna femmina
io: (arrampicandomi sugli specchi) no, guarda, non sono scema, cioè, non mi sono spiegata bene…lo so che è da donna, ma...è che io mi sento femmina dentro
commesso: (petulante) non ti preoccupare, ti capisco benissimo. anch’io mi sento così
Appunti sparsi dagli ultimi due giorni
(in ordine rigorosamente disordinato)
- un cameriere cinese che scoppia a riderti in faccia se gli chiedi un posacenere. che poi te lo porta, eh, ma si vede che tu nel porre la domanda hai mimato la migliore delle barzellette esistenti al mondo. sei meglio del premier, insomma
- un set cinematografico blindato e affollatissimo, immerso in una delle migliori scenografie architettoniche esistenti al mondo, a far da contorno una città presidiata che la guerra sembra essere alle porte
- correnti opposte che si scontrano, il fiume che così vivo e impetuoso non l’avevi mai visto ti ricorda che l’acqua è l’unico elemento capace di farti sentire in pace con te stessa
- sguardi puntati alla costante ricerca del dettaglio nascosto, le torri e la luna, balconcini fioriti e scorci di soffitti a cassettoni di legno scuro, marmo che abbaglia, piazzette nascoste tagliate a metà. era tanto che non vivevi così la città che ami, ora sai che questo è solo l’inizio, e non smetterai più
- chilometri percorsi senza neanche accorgersene, storie e ricordi che si mescolano fino quasi a confondersi, somiglianze inaspettate prendono alla sprovvista e fanno venir voglia di ridere forte di fronte all’ennesimo “anch’io”
- scalette studiate nei minimi dettagli che non vengono rispettate, ma in compenso riaffiorano alla memoria canzoni che a nessuno verrebbe in mente di cantare, mente tu le intoni con voce fiera cercando le parole perse negli anni passati dalla prima volta che le hai sentite
- gelati imponenti e lussuriosi da sbrodolarsi addosso senza nessuna vergogna
- cattiverie gratuite proferite senza pietà e arricchite di particolari sempre nuovi, fantasie fervide e snob, punti di vista presuntuosi e condivisi
- autisti ubriaconi di sporchi autobus notturni, rabbiosi e maleducati, da salutare con gesti di stima appena il semaforo diventa verde
- sensazioni positive, un sonno pesante e leggero allo stesso tempo, poco riposo e tanta fatica, ma di quelle buone, che servono solo a farti sentire ancora viva, come quasi non ti ricordavi
Mille altre cose che il bisogno di dormire mi impedirebbe di scrivere nella maniera dovuta, con l’attenzione che meritano. Ma anche qui sta il bello.
Il bello del non dover necessariamente stabilire che cosa significano ricordi puliti ed emozioni leggere, delicate e allo stesso tempo piene di significato.
Il bello di capire di aver voglia di continuare a viverle.
Ti viene un po’ da ridere, e mica te lo spieghi tanto bene com’è che ti ritrovi davanti al computer con la sigaretta accesa.
Isomma, questo per dire che me ne sto qui con l’espressione perplessa e un mezzo sorrisetto, i polmoni sofferenti che mi maledicono in silenzio, il cervello che cerca di riprendere conoscenza e analizzare i perché e i percome io mi ritrovi qui, nonostante la stanchezza di una giornata passata al lavoro - dodici ore, cazzo, e lei che mi dice che forse è il caso di riparlare del mio stipendio. si, perché a quanto mi dicono io uno stipendio ce l’ho, pensa che culo – nonostante io abbia rifiutato gli inviti ad uscire che tanto domani è festa e mi sia ritrovata poco fa addormentata sul letto vestita di tutto punto, col sorriso sulle labbra e nelle gambe ancora la leggerezza di quando oggi camminavo per le vie della città nuvolosa senza vedere la gente che mi passava accanto e chiedendomi cos’è, alla fine, che ci fa stare bene.
Perché la stanchezza a volte non basta e ci si può rendere benissimo conto di non poter reggere certi ritmi senza comunque decidere di fermarsi, perché la vita, poi, è una cosa strana, e tu ti crei tutta una serie di strutture mentali che credevi inattaccabili mentre alla fine vedi che crollano in un minuto, quel minuto in più, quello che, di solito, riesce a fare la differenza.
Perché tu puoi star lì le ore, e continuare a pensare che le cose andranno in un certo modo, e poi bastano sessanta secondi, un pugno di istanti che scorrono lentamente come la sabbia quando scivola via dalle dita senza che tu possa fermarla, e tu guardi la tua mano e vedi che un po’ ne è comunque rimasta, pochi granellini sparsi, ma tanto basta. Basta a ricordare che certe strutture stanno lì e nessuno le smuoverà, basta a diventare ancora un po’ più sorridenti e cattivi, ma non con gli altri, no, che l’altro da te non hai mai la facoltà di giudicarlo perché non sarai mai nella sua testa, e le sue belle impalcature mentali ce l’ha anche lui e chi cazzo sei tu per pensare di aver scostato il velo a aver visto un pezzo di verità?
Basta a rendersi conto che i silenzi e le parole non sono così diversi gli uni dalle altre, sono sempre suoni da decifrare, e guarda caso tu non ci riesci mai.
Non puoi fermarti per vedere se esiste la possibilità di respirare un pò. Adesso sei impegnata a ricordarti che anche se per un attimo, mentre guardavi gli ultimi granelli che ti scivolavano tra le dita, l’hai pensato, nulla può cambiare. Nulla cambierà.
Per esempio, oggi è un giorno di festa.
La serata parte male, ma proprio male che più male non si può.
Che non voglio star qui a dire perché, non per altro, ma non vorrei offendere la sensibilità di nessuno, e insomma io dopo un po’ mi sono ritrovata con una rabbia enorme che mi montava dentro, una quelle devastanti, che ti viene voglia di spaccare qualcosa a calci e pugni, in silenzio, che la violenza cresce dentro di te e tu sai che puoi far poco o niente, e che il cane si ritira sotto il letto spaventato, fugge l’ira del padrone che non si scaglierà mai contro di lui ma si sa, i cani sono creature intelligenti, e quando fiutano che è il momento è arrivato si levano dalle palle, mica come me che in prossimità dell’esplosione mi paro lì davanti, testa alta e sguardo di sfida, ad aspettare il botto fatale.
E allora, dicevo, tutta sta rabbia e la sensazione che forse è questa la risposta, che le parole ormai non bastano più, quelle scritte e quelle pensate, e le domande, poi, alle domande nessuna risposta.
Telefonate provvidenziali arrivano in mio soccorso, si esce per bere qualcosa (si, che cazzo dobbiamo fare, ti aspettavi che dicessi che ho quattro biglietti per una festa figa a firenze sud, e prenditi due giorni di ferie che poi andiamo al rave? No, mi aspettavo solo che tu come sempre ci fossi, senza sapere bene perchè).
Finisce che poi ti ritrovi davanti a una bottiglia di vino, il più economico ma buono lo stesso, e ridi perché si capisce che mica stavi scegliendo in base alla qualità ma era solo il prezzo che ti interessava, e Lò che il vino lo prova sempre lui, con quello sguardo serio mentre noialtri ce la ridiamo ostentando un’aria snob che manco quel coglione del tiggìccinque quando parla di profumi che si presentano al gusto e all’olfatto ci riesce.
Io, il Punk, NiceGirl e Lò alla fine di un’accesa discussione deliberiamo: venerdì quattro giugno si va alla manifestazione armati di telecamere e macchine fotografiche. Che il senso d’impotenza, alla fine, te lo ritrovi sempre che ti cammina di fianco, ma ogni tanto è bello dargli una di quelle spallate decise e ben assestate, giusto il tempo di farlo andare fuori strada, anche solo per un momento.
Chi ci ama ci segua, e così sia.