Vado a prendere V. all’uscita dal lavoro. Lo decido così, senza stare a pensarci troppo, anche se sono appena rientrata a casa e mica mi sento tanto bene.
Arrivo in anticipo visto che il traffico non è ancora ritornato ai livelli di guardia: la città continua a respirare con un ritmo diverso dal solito anche se le giornate sono già diventate più brevi.
Le sigarette sono finite, l’autoradio a quanto pare ormai è andata, scendo dalla macchina e respiro profondamente.
La luce del crepuscolo disegna ombre magiche sul ponte con gli angeli di vedetta. Sullo sfondo, un po’ in controluce, la cupola è illuminata dagli ultimi raggi di sole, quelli rosa e arancione che amo di più. Sembra ancora più bella vista così. Sotto di me il fiume scorre veloce e io lo seguo incantata, mi sporgo un po’ per guardarlo meglio.
Coppie di turisti dal passo frettoloso rallentano quando mi passano accanto e mi guardano con aria preoccupata, magari pensano che voglia buttarmi giù. Mentre me ne rendo conto, sorrido.
E’strano pensare di poter sembrare attirata dal pensiero della morte, proprio adesso che mi sento indiscutibilmente viva.
La giornata inizia con un presagio di sventura: ore 04:37 a.m., il cane decide di svegliarmi per fare una passeggiatina fuori programma. Non potendo opporre resistenza, infilo i jeans e una felpa sul pigiama e mi trascino per una ventina di minuti lungo le strade buie e deserte, con la netta percezione che il mio cervello sia stato invaso da un vuoto cosmico dalle pareti di gomma. Il rientro a casa non coincide col ritorno del sonno, e non rimane altro che rimanere sdraiati sul letto ad aspettare il suono della sveglia controllando l'orario ogni quindici minuti spaccati.
E' cosi che si ricomincia, a quanto pare.
A questo punto posso solo chiedermi come riuscirò a sfangare questa prima giornata di lavoro senza provocare la morte istantanea tramite sguardo fulminante di chiunque si azzardi a chiedermi in tono allegro "allora, come sono andate le tue vacanze?"
Passo le notti nere cristallo
a sceglier le carte che giocherei
a maledire certe domande
che forse era meglio non farsi mai
voglio un pensiero superficiale che renda la pelle splendida
a salvarmi, vieni a salvarmi, salvami
bacia il colpevole se dice la verità
(Afterhours - Voglio una pelle splendida)
Giro per casa scalza e in mutande.
Tengo la televisione e due stereo accesi, sintonizzati su stazioni diverse. Contemporaneamente. Non guardo l’una e non ascolto le altre, perché preferisco la mia personalissima playlist attivata in modalità random.
Non mi lavo finchè la possibilità che qualcuno si palesi nelle immediate vicinanze non diventa una certezza.
Mangio rimasugli in evidente stato di decomposizione. Oggi ho deciso che usare i piatti è un inutile spreco di tempo (cioè, lo è il doverli lavare dopo), e ho riscaldato la pasta avanzata dalla cena con l’amico premuroso utilizzando mezzo panetto di burro. Se riesco a raschiare bene il fondo probabilmente non sarò neanche costretta a lavarla. Una volta ho letto che il fondo delle padelle è cancerogeno, ma visto che la mia media di sigarette giornaliere si aggira intorno alle trenta, mi sembra scorretto stare a pensare a cose del genere.
Il tempo di permanenza sul letto (rigorosamente sfatto) si sta stabilizzando sulle otto ore consecutive e sulle venti totali.
Non compro giornali, non mi informo su quello che succede nel mondo a parte le olimpiadi che seguo in maniera incostante e non riuscendo a capire una cippa della maggior parte degli sport praticati. Però ritengo che alcuni atleti meritino tutta la mia attenzione. Ieri ho rischiato uno svenimento guardando il palio di Siena.
Mi rifiuto di pulire qualsiasi cosa. Però annaffio costantemente le piante e porto il cane a fare i bisogni.
Immagino di scrivere messaggi lunghissimi e densi di significato, mentre rimango trincerata dietro un silenzio che mi dà tanto l’impressione di essere una sfigata in preda alla sofferenza e alla disperazione.
Penso con terrore che mentre io mi annoio i giorni passano. E oggi è già martedì.
E’ Ferragosto.
Una giornata azzurra che somiglia ad uno specchio appena andato in frantumi, la superficie crepata deforma le immagini e in controluce sembra che il pulviscolo stia già formando in superficie un velo leggero che appanna la vista.
Il giorno di festa impone un arresto della quotidianità che adesso mi manca come l’aria, cammino in apnea e aspiro nicotina per spezzare l’affanno, riempio il silenzio d’inutilità per non sentirlo urlare dentro le mie orecchie, trattengo lacrime azzurre e ingoio l’amarezza della fine dei giochi, un’altra partita persa.
Ricordi che sembrano già lontani, il vento li porterà via come le piccole nubi che ogni tanto sfiorano il cielo.
Faccio spazio ad un altro vuoto, e ricordo.
Ricordo le mie parole che si assottigliano mentre ti guardo.
Beccarsi un febbrone clamoroso al secondo giorno di vacanza ha un sapore di, come dire, un sapore tutto suo. Sfiga, ecco, credo che questa sia la definizione adatta.
Lo spirito si mantiene comunque ben saldo e orientato a un sano ottimismo, pur non essendo per nulla accompagnato dal corpo: proprio per questo l’idea di rinunciare a passare una serata che sapevo sarebbe stata piacevolissima non mi sfiora nemmeno.
Le mie aspettative non vengono minimamente tradite, anche se quando torno a casa la febbre è di nuovo tornata a livelli allarmanti.
L’assunzione di farmaci ottiene però l’effetto sperato.
Stamattina scopro che l’espressione “sudare l’anima” può avere un’accezione molto concreta: tossine e pensieri pericolosamente irrazionali e destabilizzanti mi hanno abbandonata.
Eccomi qua, armata di una consapevolezza un po’ triste e tanto necessaria.
Che le mie ferie abbiano finalmente inizio.
E’ vero, si, sembra come di trovarsi in un film.
Sarebbe interessante, però, sapere che cosa ha in mente lo sceneggiatore.
Perché io, io proprio non lo so.
Parte prima: gli sms
reme: oh, io ho dato bidone al quel coglimod del concubino, e pure all'ingegnere. stasera il fortunato sei tu
jù: che culo. meno male che sono salito a casa (?) e mi sono fatto la doccia
reme: vabbè, ci mettiamo d'accordo più tardi
....
jù: Adesso ti faccio una proposta. E' triste, ti avverto. però te la faccio. Te la faccio?
reme: Ho già capito. vuoi farmi fare la gattara a casa di tuo fratello
jù: Minciga, si! però prima andiamo a mangiare qualcosa, non è poi così triste
reme: Non cercare di rimediare. accetto solo se giochiamo alla pleistescion e andiamo a magnà in un posto buono. e poi bisogna aspettare che finisce il mio telefilm
jù: e a che ora finisce sto don matteo che te stai a vedè?
reme: alle nove. passa alle nove e un quarto sennò è escluso che io decida di venire
jù: passerò alle nove e dieci solo per il gusto di chiamarti e non ottenere risposta, come quei citrulli degli amici tuoi
reme: l'hai voluto tu, amico.
parte seconda: l'arrivo al ristorante
la macchina viene parcheggiata di fronte ad un negozio fichetto; in vetrina sono esposti abiti che reme apprezza molto ma che, conscia delle sue possibilità, non indosserebbe mai (pantalone bianco, camicia nera e sandalo con tacco vertiginoso). la vanità femminile ha comunque la meglio e la donzella incautamente pone una domanda al suo accompagnatore, essendo ingnara della sua approfondita conoscenza della moda femminile.
reme: jù, aspetta un attimo che devo vedere sta vetrina. Secondo te come starei vestita così?
jù: beh, dipende. i pantaloni bianchi sò difficili da portare
reme: eh, lo so. comunque dipende da come cascano
jù: ma più che da come cascano è il taglio che conta. i pataloni bianchi accentuano tutti i difetti
reme: e che difetti accentuerebbero nella mia figura?
jù: mah, io dicevo in generale
reme: no no, tu ti riferivi a me.
jù: vabbè, i difetti. ce l'avrai pure tu un difetto, no?
reme: quale?
jù: eh, quale
reme: dimmelo
jù: ma smettila
reme: dimmelo
jù: lo sai, no?
reme: dillo tu se hai il coraggio
jù: che palle
reme: dillo!
jù: sei una culona!
parte terza: l'epilogo
reme, indecisa se lasciarsi morire sul marciapiede, decide di tacere.
Dopo una breve riflessione, giungerà alla conclusione che la decisione più saggia è quella di entrare nel ristorante e magnasse pure i tavoli.
Quattro donne, cinque compresa me.
Con due di loro ho passato tre ore o giù di lì. Esperienza da ripetere, almeno dal mio punto di vista: centottantaminuti abbondanti non capita spesso che ti volino via così che manco te ne accorgi.
Con le altre due è bastato il tempo di una cena per farmi scazzare prepotentemente.
Si attende il ritorno di un buonumore frivolo e inconsistente.
Bisogna ammetterlo, è uno status mentale che quando si presenta fa sempre la sua porca figura.
Che io, per esempio, aspetto per cinque giorni di fila che arrivi il fine settimana e decido a priori che sarà riposante e all’insegna dell’ozio più completo, il modo migliore per ricaricare le energie. E poi invece capita che faccio tutt’altro e mi ritrovo la domenica sera con lo stomaco a pezzi e la testa ciondolante a maledire la mia poca coerenza.
Ma sono felice e tutto sommato la stanchezza accumulata prima o poi riuscirò a smaltirla in qualche modo. O magari spero proprio di no.
La notte di sabato è stata una di quelle che la magia la senti nell’aria, rimbalza insieme alla musica tra i monumenti di una Roma affollata e festosa, piena di luci e colori soffusi, calda e viva come solo la città che amo di più al mondo sa essere.
Circondata da chi conosce ogni mio intimo pensiero rido e chiacchiero e cammino e accenno passi di danza sotto la luna piena, e quando alla fine è già giorno e il quarto treno arriva mi dispiace vederli salire e mando baci e sorrido, pensando che sono stata fortunata a incontrare persone così. La mattina ormai è tardi, la stanchezza non lascia il passo al sonno che non arriva, e quattro ore di dormiveglia non sembrano abbastanza per fare nulla che non sia ciondolare per casa trascinando i piedi e bere caffè in giardino con gli occhiali da sole e le sigarette a portata di mano.
Ma poi arriva un messaggio, vieni al mare con me, e non è una domanda e non c’è che una risposta, anche se smadonno per trovare un costume che non sia quello che fa tanto pornostar polacca, e scrivo solo sì mentre penso io mi sa che con te verrei in capo al mondo, e mentre rifletto non riesco a capire perché sia così, quello che conta è che sia successo e malgrado tutto continui a succedere.
E allora sono onde sabbia sale e vento, la mia prima giornata di mare, asciugamani uniti, e parole e sguardi, carezze distratte e un abbraccio in controluce occhi negli occhi, un sorriso luminoso e speranza e paura e un senso di pace che pace non è.
Il battito del mio cuore si ferma e trattiene tutte le emozioni del mondo, questo mi sembra, quando un bacio leggero si posa sui miei capelli schiariti dal sole.
E allora, che sia.
Che sia una buona notte, di sogni felici profumati di mare.
Che sia una buona notte, questa notte in cui io non penso ad altro che a te.