venerdì, 16 dicembre 2005

tutti i miei sbagli

i miei amici c’hanno preso gusto ad accampare scuse per evitare di partecipare alle brillanti attività ricreative che propongo loro con enorme entusiasmo.
stavolta credo che all’arrivo della mia mail esortativa  - “teatro!” , recitava l’oggetto – abbiano fatto un veloce giro di telefonate per accordarsi sul metodo migliore per dirmi di no, perché hanno risposto tutti nel medesimo modo: mi dispiace ma è troppo presto, non ce la faccio ad arrivare.
per rimarcare il raggiungimento della piena emancipazione,  e soprattutto perché non si può perdere lo spettacolo in cui recita un caro amico avuto al proprio fianco durante tutta l’adolescenza- decido di andare da sola. e chissenefrega se andare a teatro da soli fa tristezza, io me ne sbatto perché la mia indipendenza rappresenta una grande conquista e la solitudine fa bene e a stare con me ci si diverte sempre e tutta una serie di puttanate volte a gettare un velo pietoso sull’indicibile tristezza della situazione.
peccato che la mia innata capacità di mandare in vacca qualsiasi cosa scelga di palesarsi proprio in una gelida serata di dicembre.
il sito in cui si svolge l’evento è situato in una parte della città di cui non sono (non ero) molto pratica, perciò da vera donnina puntigliosa decido di stamparmi la mappa e di uscire con notevole anticipo da lavoro. ma, attenzione, da vera donnina distratta dimentico la suddetta mappa in agenzia e me ne accorgo solo al momento dell’arrivo sul luogo dal quale inizia il percorso sconosciuto che mi condurrà dritta alla meta.
dritta un par di palle è il caso di dire, perché, bardata come una battona post punk, inizio a percorrere strade deserte avendo da una parte la consapevolezza di aver sbagliato strada e dall’altra la testardaggine che mi fa ignorare i segnali che mi dicono che l’essermi persa da semplice supposizione è diventata triste realtà.
solo il trovarmi davanti alla scalinata della basilica che, secondo la mia conoscenza dell’urbe, si trova a chilometri di distanza dal teatro mi fa definitivamente capitolare.
con una coreografica piroetta giro sui tacchi e  ripercorro tutta la strada ma, non contenta, giunta a quelli che poi ho scoperto essere cinquanta metri di distanza dalla meta decido che è cosa buona e giusta rimanere incantata dallo scenario post industriale e svoltare in una viuzza che potrebbe essere il perfetto scenario di una violenza di gruppo.
dopo un paio di chilometri la mia mente si illumina d’immenso e oplà, nuova piroetta, replica del giro sui tacchi e, posseduta da un demone che infonde in me il dono della conoscenza di tutte le lingue del mondo, inizio a bestemmiare maledicendo me e le mie successive sette generazioni.
l’ingresso trionfale nel foyer ormai vuoto lascia intuire che non mi faranno entrare manco per il cazzo, anche se io trovo poco interessante la motivazione dei quaranta minuti di ritardo e sono convinta che sia solo perché sono ormai la versione sudata e  scarmigliata della battona post punk che ero in un’epoca ormai lontana.
capirete che l’unica cosa plausibile da fare è stata uscire fuori a fumare piangendo a singhiozzi per un quarto d’ora, per poi rientrare (dopo aver controllato che il trucco fosse a posto) e sedermi a sorseggiare un cappuccino leggendo il corriere della sera.
durante la mia performance esistenzialista, come se le disgrazie già avvenute non fossero sufficienti, vengo avvicinata da nientepopòdimenochè il migliore amico dell’uomo che mi ha rovinato la vita sette mesi orsono.
in pieno attacco tachicardico intrattengo una piacevolissima conversazione pregna di non detti e banalità finchè qualcuno lassù si ricorda di me e decide che quel che troppo è troppo ed è ora di tirare fuori dal cilindro il mio adorato amico che, dopo avermi apostrofato con un “sei sempre la solita banana”, mi trascina fuori da quel posto che ormai è diventato la summa di tutte le mie sventure.
e niente, direi che per oggi può bastare.
sincerely yours, reme alle 12:44 | commenti (42)
mercoledì, 14 dicembre 2005

disillusion

tutti gli onesti collaboratori a progetto dovrebbero provare almeno una volta l’ebbrezza di uscire da lavoro alle sei e mezza di pomeriggio.

come dite?
cioè, mi volete far credere che c’è gente che viene stipendiata più o meno regolarmente e lavora meno di quattordici ore al giorno? guardate che è inutile, tanto non ci casco.
alle sei e mezza del pomeriggio le strade sono piene di gente, i negozi sono aperti e ho scoperto che si può persino riuscire a comprare un pacchetto di sigarette senza ritrovarsi a smadonnare contro un distributore automatico resto massimo un euro e cinquanta.
ho deciso così di bighellonare un po’ per strada e, perché no, cercare le scarpe come piacciono a me; solo che pare che esistano solo le scarpe che piacciono agli altri e non  quelle che piacciono a me, e la cosa si è rivelata oltremodo frustrante.
dopo aver lanciato un’occhiata svogliata alle vetrine ho così deciso di svoltare l’inaspettato tardo pomeriggio di libertà telefonando a chiunque nel frenetico tentativo di organizzare qualcosa di indimenticabile. inutile dire che chiunque mi ha dato buca adducendo motivazioni pregne di significato: stanchezza, raffreddori che non metterebbero in difficoltà neanche un neonato, imperdibili concerti di gruppi supergiovani, riconciliazioni dell’ultimo minuto con fidanzate gnocche, la puntatona di elisir sulla lombosciatalgia, considerata all’unanimità evento cult della stagione televisiva duemilacinque.
a quel punto, per evitare di compiere gesti inconsulti come notoriamente decido di fare nelle situazioni di smarrimento (tingermi i capelli con colori fosforescenti, comprare costosissime creme anticellulite, entrare da ethic, pulire il bagno), sono entrata in un supermercato.
dopo due ore passate a vagare nei corridoi del gs più triste di tutti i tempi -  e tutta emozionata per essere entrata in possesso di un trattamento notte antirughe alla ciliegia e di un toblerone – me ne sono tornata a casa sotto la pioggia scrosciante.
durante il tragitto sono quasi morta a causa di una mental formato maxi ingoiata per sbaglio tutta intera. per sputarla ho tossito così forte che un pezzetto mi è uscito dal naso, e non dico altro.
per fortuna nel dopocena, mentre agonizzavo sul divano, sono stata raggiunta dal mio primo babbo natale che mi ha portato in regalo, udite udite, una borsa vintage ovviamente verde e sei dico sei spillette handmade with  love. bellissssime, che ve lo dico a fà: una con la nuova spaziale grafica del mio blogghettino – presto su questi schermi - una col nome di amicocane e una con la magica scritta “click here” che non mancherò di appuntarmi su una tetta alla prima occasione propizia.
a parte questo sprazzo di felicità pura, comunque, la prossima volta rimango barricata in studio fino alle dieci come al solito, a costo di dormire con la testa appoggiata sulla tastiera.
ho scoperto che lì fuori è pieno di pericoli.
sincerely yours, reme alle 15:16 | commenti (12)
martedì, 13 dicembre 2005

perfect situation

mi piacerebbe guardarmi dall’esterno, come nei sogni, e capire cosa si trova davanti agli occhi la gente quando davanti agli occhi della gente ci sono io.
solo che nei sogni io dormo sempre - non nel senso che quando dormo sogno, cosa che comunque corrisponde a verità anche se non è detto che per sognare si debba dormire, ma nel senso che quando mi sogno di solito dormo.
e che belli che sono, i sogni di me che dormo. è come se dormissi due volte. un sonno elevato alla seconda, più riposante che mai.
invece cosa vedrei, da sveglia, se mi guardassi durante la veglia?
la mia visuale, al momento piuttosto ridotta, mi permette di scrutare con sguardo critico le mani rugose per il freddo e le unghie corte. le ho mangiate stanotte mentre eravamo qui a chiudere la presentazione, sputacchiandone poi i pezzetti sui lay out in segno di vendetta tremenda vendetta.
l’ho mai detto che mi vestirei tutti i giorni di verde? perché sì, lo farei, a costo di sembrare un baccello con le gambe.
ogni tanto mi sento l’eroina sfortunata di una telenovela low budget.
mi guardo intorno e mi chiedo cosa devo fare per dare una messa a posto a questo bordello demodé che è diventata la mia vita. ah, signora mia, fosse facile trovare la risposta giuro che gliela darei e poi mi metterei subito al lavoro. e invece niente, silenzio post atomico e ci si arrangia come si può, da queste parti, aspettando un segno, un gesto, un paio di parole messe una accanto all’altra. niente, dicevo, il nulla assoluto. manca solo che un paio di balle di fieno si mettano a rotolare sospinte dal vento e siamo a posto.
intanto tutto scorre, vedo un sacco di gente, sono piena di entusiasmo immotivato, attraverso piena di speranza la mia fase preadolescenziale, mi contraddico con scioltezza, passo troppo tempo a lavorare, guardo la foto di due regali impacchettati pronti per me e mi emoziono.
voglio bene a chiunque e da chiunque vengo ricambiata, anche solo per cinque minuti.
in fondo, cinque minuti della vita di qualcuno sono già abbastanza.
sincerely yours, reme alle 17:20 | commenti (8)