perfect situation
mi piacerebbe guardarmi dall’esterno, come nei sogni, e capire cosa si trova davanti agli occhi la gente quando davanti agli occhi della gente ci sono io.
solo che nei sogni io dormo sempre - non nel senso che quando dormo sogno, cosa che comunque corrisponde a verità anche se non è detto che per sognare si debba dormire, ma nel senso che quando mi sogno di solito dormo.
e che belli che sono, i sogni di me che dormo. è come se dormissi due volte. un sonno elevato alla seconda, più riposante che mai.
invece cosa vedrei, da sveglia, se mi guardassi durante la veglia?
la mia visuale, al momento piuttosto ridotta, mi permette di scrutare con sguardo critico le mani rugose per il freddo e le unghie corte. le ho mangiate stanotte mentre eravamo qui a chiudere la presentazione, sputacchiandone poi i pezzetti sui lay out in segno di vendetta tremenda vendetta.
l’ho mai detto che mi vestirei tutti i giorni di verde? perché sì, lo farei, a costo di sembrare un baccello con le gambe.
ogni tanto mi sento l’eroina sfortunata di una telenovela low budget.
mi guardo intorno e mi chiedo cosa devo fare per dare una messa a posto a questo bordello demodé che è diventata la mia vita. ah, signora mia, fosse facile trovare la risposta giuro che gliela darei e poi mi metterei subito al lavoro. e invece niente, silenzio post atomico e ci si arrangia come si può, da queste parti, aspettando un segno, un gesto, un paio di parole messe una accanto all’altra. niente, dicevo, il nulla assoluto. manca solo che un paio di balle di fieno si mettano a rotolare sospinte dal vento e siamo a posto.
intanto tutto scorre, vedo un sacco di gente, sono piena di entusiasmo immotivato, attraverso piena di speranza la mia fase preadolescenziale, mi contraddico con scioltezza, passo troppo tempo a lavorare, guardo la foto di due regali impacchettati pronti per me e mi emoziono.
voglio bene a chiunque e da chiunque vengo ricambiata, anche solo per cinque minuti.
in fondo, cinque minuti della vita di qualcuno sono già abbastanza.